In Sunset

Sunset

Sestri Levante, un tramonto di un’estate al tramonto.

Sola, sulla passeggiata al mare, siedo e osservo ogni cosa, attraverso i miei occhi, in compagnia della mia Nikon.

Tutti sono insieme a qualcuno, io sono insieme a qualcosa. Incredibilmente, non mi dispiace.

In sunset

 

In sunset

Vado a sedermi su di un piccolo molo, il sole è tramontato ed è quasi buio.

Guardo alcuni gabbiani davanti a me: ci osserviamo a vicenda.

Io li fotografo e loro, in un certo senso, fotografano me: registrano la mia presenza.

Sto in silenzio, ascolto le onde che cantano quiete. Improvvisamente arriva gente, i gabbiani volano via: queste persone che parlano a voce alta, si muovono velocemente, non hanno visto me e neppure i gabbiani, si fotografano gli uni con gli altri, si fanno selfie… ma io dubito persino che si vedano tra loro anche se sono insieme.

I gabbiani sono volati via. Io invece, dal momento che non posso volare, mi alzo e ritorno sulla passeggiata. E da lì fotografo questa gente che guarda ma non vede. E velocemente, così come è venuta, se ne va, di fretta anche davanti alla meraviglia del tramonto.

Intanto, l’argento del mare ci circonda tutti.

I gabbiani lo abbracciano dall’alto.

In sunset

 

In sunset

 

In sunset

 

In sunset

 

In Sunset

 

In Sunset

La tua presenza assente

Dreaming

La tua presenza assente
e quel silenzio nelle tue parole,
e quel tuo sguardo
che non mi ha mai vista…
pungono la mia vita, fanno male
ma non sono spine:
mi cadono nel cuore come semi.

Bagno con il dolore questa terra,
dove a passi di lacrima cammino,
giardino invisibile e segreto.
Negli occhi mi germoglia la Bellezza
che tu non sai vedere:
anche i tuoi sogni neghi,
solo perché ti svegli e non ricordi.

Riyueren

Dreamy water

 

Dreamy water

 

Dreamy water

 

Dream

 

Fly a dream

Alle pendici dell’Alba

Alle pendici dell'alba (On the slopes of Dawn)

Alle pendici dell’Alba
lascio salire il mio cuore:
troppo stanchi gli occhi
per camminare ancora
incontro al cielo.

Questo sole che sorge
è il mio respiro:
nasce dentro di me
dopo essere morto
altrove.

Ma poi, dalla collina al golfo,
guida le vele il mare del tramonto:
fogli di nuvole nel vento
parole fra le mani come ali
in cerca di una bocca
per spiccare il volo
alle pendici gloriose della Notte.

Riyueren

Alle pendici dell'alba (On the slopes of Dawn)

 

Alle pendici dell'alba (On the slopes of Dawn)

 

Alle pendici dell'alba (On the slopes of Dawn)

 

C’è (un silenzio)

Broken Strings

C’è un silenzio tutto per me, soltanto mio. Un silenzio che vorrei condividere, sebbene io sappia che molti di noi arrivano a comprendere certe emozioni solo quando le vivono loro stessi. E certo non auguro a nessuno di vivere queste mie.

Come posso condividere il mio silenzio? lo farò attraverso le parole e qualche immagine. Intanto le immagini sono silenziose già di per se stesse: quanto alle parole, quando sono scritte, risuonano in noi con la voce dei nostri pensieri che credo poi sia la nostra vera voce.

Oh, quante volte misuriamo il mondo secondo il nostro metro personale!

Anni fa nemmeno mi ero accorta di questo mio silenzio (di cui farei davvero molto volentieri a meno).

Poi un giorno, camminando nei boschi con altre persone, qualcuno disse: ” Ma sentite un po’ quanto cantano questi uccellini!”. Accorgersi improvvisamente così di essere diventata sorda per i toni acuti non fu certo una piacevole sorpresa. Non avevo capito che quel silenzio non era normale, mi ci ero semplicemente abituata, c’ero scivolata dentro sicuramente già da qualche anno senza rendermene conto.

Posso dire che questo silenzio è assordante, da tanto è immenso?

Quando sono da sola la cosa non mi pesa, ovviamente. Come può pesarti ciò di cui non ti accorgi nemmeno? Ma accade questo, che proprio le persone che sanno del mio problema, puntualmente se ne escono con frasi del tipo: “Oggi i merli qui sotto casa cantavano che era un piacere” “Ma hai sentito che fracasso fanno tutte queste cicale?” Se soltanto capissero quanto mi costa rispondere: “No, io non sento nulla, mi dispiace.” (che poi dovrei smetterla di scusarmi per un qualcosa che causa problemi solo a me, tra l’altro). Dentro, in realtà, piango e vorrei urlare, persino, ma evidentemente queste persone sono sorde, anche se in un modo diverso dal mio.

L’ultimo canto di uccelli che mi è rimasto è quello delle tortore, che tutti odiano, a quanto pare, ma che per me è una specie di benedizione. Tutti gli altri li ho persi con il passare del tempo: prima gli uccellini, poi le rondini,  da un po’ di tempo anche i gabbiani…

I suoni che ho perso li ritrovo frugando nella memoria, ma per i merli, ad esempio, la mia memoria non ha nessun archivio: persi, dissolti, andati, non li ricordo, quindi non li sentirò mai più, nemmeno nel pensiero.

Ho cominciato ad avere problemi nel 1994.

Nel 2007 mi ero accorta che se mi alzavo alle 4 o alle 5 del mattino, e mi affacciavo dalla finestra sul boschetto (dove poi avrei incontrato il piccolo Mir) nel silenzio circostante riuscivo ancora ad ascoltare il canto di un uccellino (chissà chi era) prima che il sole sorgesse. Ora quel suono fa parte ormai dei ricordi.

E quel ricordo me ne porta altri, di quando bambina, in estate, dai nonni, l’albero di amarene (che era un suono già tutto quel bel rosso dei frutti) era pieno di uccellini che mi svegliavano con il loro canto festoso.

Anch’io saluto sempre il sorgere del nuovo giorno: lo faccio in silenzio oppure a volte canto, perché se anche ho perso i canti altrui, il mio l’ho conservato, almeno per ora.

E comunque credo che certi suoni non li perderò mai: quelli che ho dentro. L’anima delle cose avrà sempre una voce, per me. Suoni di luci e di ombre. Ma sempre suoni.

Nuvole

 

Nuvole

 

Nuvole

 

Voli e nuvole

Mareggiata ( di parole e di pensieri )

Il mare

Le parole scorrono come acqua fra le mie rive, dissolvono grumi di emozioni che altrimenti, private dei loro nomi, sarebbero soltanto dolore.

Il mare

Non so inventarle, le parole, non so infilare storie come fossero perle. Non so inventare nulla, nemmeno me stessa.

Faccio parte del paesaggio: nessun autoscatto potrà mai raffigurarmi insieme alle mie parole.

Non devo neppure cercarle, ormai: sono loro che trovano me, mi prendono per mano e mi accompagnano. Andiamo insieme e insieme troviamo ciò che ci appartiene che poi è anche ciò a cui apparteniamo: il cielo, il vento, gli alberi, le foglie, le onde.

Il mare

In fondo scrivere è un altro modo di guardare: lo sguardo è una fotografia e le parole sono visioni. Anche la scrittura è un qualcosa che rimane: non costa nulla, non servono prodotti chimici per lo sviluppo, non devi fare post produzione, non occorre una fotocamera, non occorrono obiettivi… nessuna lente, tranne i propri occhi, la mente e il cuore.

Il mare

La messa a fuoco è totale: da qui, qui dentro, all’infinito, dentro e fuori. Tempi veloci, tempi lenti… come vuoi tu.

Il mare

Da bambina scrivevo perché pensavo di non avere nulla, così credevo: ora scrivo perché so che non ho niente ma nello stesso tempo ho tutto.

Mentre scrivo, mentre fotografo, ho tutto: persino me stessa.

Il mare

 

Il mare

 

Il mare

 

Il mare

 

Il mare

Il mare

Mareggiata di nuvole

Mareggiata di nuvole

Sarà una notte d’alba
o un giorno di tramonto
quando i miei occhi
alzeranno le vele all’orizzonte.

Crederò di andare via…
avrò timore di partire.

E invece… arriverò.

Riyueren

Mareggiata di nuvole

A mio figlio (vecchio scritto del 1994)

Io conosco un mondo misterioso e lontano che se ne va alla deriva nel mare stellato dell’ Universo, un mondo che si perde lungo sentieri luminosi d’immenso e di meraviglia: il Paese del Tempo Incantato.

Voglio dirti dei suoi colori, simili a quelli che rivestono e ravvivano il nostro mondo, ma più intensi, al punto da emanare dal loro interno respiri di luce.Così, tutto attorno al Paese, sale e si avvolge un palpitante pulviscolo d’ arcobaleni.

Voglio narrarti dei Soli che sorgono più volte nel medesimo giorno e della Grande Notte che muove a passi di danza lungo le sette atmosfere, dei petali di rose e di viole che arrivano con il vento del tramonto, delle ombre rapide e leggere che destano le valli addormentate.

Delle vette lontane, dove la neve regna, candida eterna sovrana dal manto di gelo trasparente.

Del sussurro delle foglie nei boschi, dove il vento ruba canzoni e leggende disperdendole poi lungo le acque.

E canterò anch’io, per te, il riso d’argento dei ruscelli mentre corrono al fiume, tra il borbottare scontento dei ciottoli e le sommesse preghiere dell’ erba china sul riflesso che fugge.

Insieme andremo al riposo del fiume. Nel suo letto calmo e paziente culleremo i nostri sogni, sino al Grande Mare della Luce.

Qui la morte non è che il doloroso spezzarsi di un bozzolo lucente da cui sfuggono pensieri alati in forme d’amore.

Riyueren    1994

Mareggiata di nuvole

Il Viale

Non ho foto per questo racconto (ogni tanto provo a scrivere anch’io, poi mi vergogno e non pubblico): ci sono foto impossibili, immagini che appartengono talmente al passato da non essere riproducibili.  Questa volta mi affido ai vostri occhi. Spero che le mie parole vi facciano vedere qualcosa. 🙂

Il Viale

La vita è ricordo, memoria: una casa dove ogni mattone, ogni stanza, è un incontro.

C’è chi incontra persone e non arriva a conoscerle mai davvero…Io ho incontrato anche luoghi ed essi mi hanno aiutata a ri-conoscermi mentre io conoscevo loro.

Uno di questi è un viale la cui lunghezza cambia ad ogni stagione della vita: interminabile, da subito, poi via via sempre più corto. Forse a contare i passi, chissà… potrebbe essere semplicemente una questione di piedi diventati più grandi, quindi più sicuri e veloci, o ancora, potrebbe trattarsi di uno scherzo, un inganno dello sguardo: gli occhi delle persone mutano, col tempo, si soffermano più su alcune cose che su altre, di solito su ciò che è nuovo, perché è difficile guardare ogni giorno con occhi diversi, con gli occhi speciali di ogni prima volta, quello che è lì da sempre, difficilissimo soprattutto guardarlo come se fosse ancora nuovo, come se avesse conservato la sua essenza di ignoto e meraviglia.

Ma comunque le proporzioni non sono determinanti, dipendono dall’unità di misura che abbiamo dentro (e l’anima spesso numera molto a modo suo): quel che conta davvero, il reale della realtà, quello su cui nessuno può discutere oggi così come tanti anni fa (sembra esserci sempre stata, questa striscia di asfalto) è che il viale inizia con una discesa e termina in uno spicchio di piazza davanti al cimitero.

Un grande cancello con due più piccoli ai lati, delle semplici sbarre a frapporsi tra due mondi: da una parte l’eternità a guardare in faccia l’effimera quotidianità di un illusorio reale, dall’altra quest’ultimo che osserva sforzandosi a dimenticare… o a ricordare.

Ci sono stati anni in cui quel piazzale risuonava di piedi in corsa, risate, campanelli di biciclette, pattini con rotelle di plastica che gracchiavano sull’asfalto, rosicchiate com’erano dal gioco.

A pensarci adesso, un grande contrasto, con l’immenso silenzio al di là delle sbarre. Nell’eterno è il movimento, che manca, il tempo scorre nel piccolo e sparisce nel grande, come un fiume carsico che prosegue la sua corsa al di sotto della terra ma che purtroppo da qui non riemerge mai in superficie. Se non è percepito, nulla cresce, nulla ha bisogno di maturare e di essere colto: le radici e i frutti, se ci sono, esistono nell’invisibilità più totale agli occhi di chi resta.

Bisogna anche dire che oggi quello spicchio di piazza non vede più corse e non ascolta risate: quasi a inizio viale hanno costruito giardini per i più piccoli, attrezzati con altalene, giostre a pedali, castelli di legno e di corda.

Ora il mondo ti dice anche come giocare: con metodo, intelligenza… giochi precotti, preconfezionati (con tanto di scadenza, forse), giochi predigeriti, sicuramente.

Noi allora riuscivamo a giocare anche soltanto con la polvere del viale, le foglie cadute, le castagne… un vento interiore disperdeva e ricomponeva storie diverse ogni volta: eravamo in grado di porre domande al viale ma soprattutto eravamo ancora capaci di ascoltare le sue risposte. Non c’erano recinti: auto ne circolavano ben poche.

Oggi, nessun contrasto più con il sonno dei morti: i bambini vengono tenuti lontano dall’eternità, ci sono cose di cui il mondo non vuole sapere, perché il mondo teme di perdersi nelle domande che non hanno risposta. E poi, chi si metterebbe ormai a parlare con un pezzo di strada?

Del resto molti di quei piedini di allora a poco a poco sono passati al di là della soglia silenziosa: l’enorme lampadario sospeso ora oscilla anche per loro nel vento.

Un viale non è un viale, senza gli alberi, e qui da sempre abitano gli ippocastani, con innumerevoli famigliole di piccoli funghi alla base del tronco: il cielo diventava un’immensa volta frondosa, nella bella stagione, mentre in autunno era bello giocare a nascondino con le castagne e farle saltar via col piede dai “ricci” e portarle alla nonna che le mettesse in tasca contro i dolori; d’inverno il candore della neve abbracciava tutto e si adeguava per strana magia alle silenziose case dei morti sullo sfondo, quasi sempre bianche, come bianche sono anche le statue degli angeli; d’estate il viale ed i campi ai suoi lati ospitavano fragorose cicale, instancabili: altra stagione di contrasto, con il solito silenzio al di là dei cancelli.

Col passare degli anni anche gli ippocastani si sono diradati, come le persone che si riunivano a piccoli gruppi nelle sere d’estate, quando il tempo è più fresco e le lucciole discretamente illuminano le strade dei baci.

Gli alberi non hanno un riposo tutto per loro, non c’è eternità, né cancello: si trasformano in fuoco e dopo in calore, ma il ceppo e le radici rimangono a segnare l’asfalto.

Le panchine stavano su entrambi i lati, fra un albero e l’altro: prima semplici lastre di pietra, poi curve di cemento con incastonati mosaici di piastrelline quadrate e di vario colore, poi ancora lastre di pietra: mi hanno detto che sono quelle dell’antico selciato delle strade del paese.

Seduta, mi sembra di sentire risuonare sotto di me le migliaia di passi e le ruote dei carri che le hanno percorse. Se chiudo gli occhi e faccio attenzione, riesco a udire persino il suono delle gocce di pioggia che le hanno bagnate.

Nei prati che ora non ci sono più, lasciati come sono all’incuria, si coltivavano dalie e gladioli più qualche papavero intruso: alla domenica gli abitanti del paese dei vivi venivano ad acquistarli per rallegrare il paese dei morti.

La nonna comprava soprattutto le dalie, cinquanta lire, costavano poco, e per dare risalto al mazzetto aggiungeva il “trillino”, così lei chiamava la Gypsophila: io non capivo come si potesse portare al cimitero un fiore destinato al bouquet delle spose.

La superba vita colorata dei fiori andava a svanire e disseccarsi a mano a mano che l’acqua svaporava nei vasi.

È da allora che non amo dalie e gladioli: per me sono i “fiori dei morti”. Troppo silenziosi e tristi nella perfezione dei petali.

Intanto il viale diventava meno lungo per i piedi di una bambina che lo percorreva sempre più velocemente, ma l’accorciarsi della strada non c’entrava nulla col fatto che quei piedi posassero rapidi prima sul triciclo, poi sulla bicicletta o sui pattini o andassero correndo nei sandali nuovi o scivolassero svelti e orgogliosi nelle prime scarpe con un poco di tacco.

Non sono i piedi a crescere, non sono i passi a farsi più veloci e nemmeno le persone: è il loro sguardo che cresce, che diventa veloce e nello stesso tempo più lontano; non uno sguardo distante, semplicemente uno sguardo che vede più in lontananza.

Gli occhi abbracciano più spazi, più giorni: avvicinano orizzonti.

Solo il silenzio al di là del cancello, non muta.

Per noi il viale non ha inizio né fine: il viale “è”, una fine. Se tu puoi ancora guardarlo da qui mentre stai camminando, allora potresti dire che inizia con uno spicchio di piazza antistante il cimitero, si allunga diritto fra alberi ormai radi anche di foglie e termina con una salita impraticabile, per noi, che lo abbiamo percorso lentamente ad occhi chiusi senza nemmeno posare un piede per terra. Forse lo abbiamo sognato un’ultima volta, prima che ci deponessero qui, avvolti di fiori più vivi di noi ma ancora per poco.

Il grande lampadario nel vento è una mano che cancella i ricordi di cui è fatto ogni corpo per consegnarci all’eternità, ancora più puri che alla nostra nascita.

Le ragnatele annerite sul soffitto vorrebbero trattenere le memorie, ma non possono.

Ancorati ad un unico luogo, senza piedi per fuggire, senza più labbra per gridare la nostra solitudine, in mezzo a questa folla muta, noi viviamo un silenzio che è tale solo per essere un ascolto migliore…se mai giungessero qui i vostri pensieri di noi: solo quelli, abbiamo ancora, a dirci chi siamo stati e se siamo stati davvero.

La polvere è polvere ovunque e comunque, ma pure siamo riusciti, quando noi eravamo ancora come voi, a renderla diseguale, come quando era polvere viva. Ma la polvere resta polvere ovunque sia contenuta., tombe di famiglia o semplici tumuli nella terra. E quelle mani afferrano il vuoto e restano buie: non conoscono luce.

A dire il vero, abbiamo luci accese anche di giorno; luci che di notte ci fanno somigliare ad un altro paese, ma così distante da quello che abbiamo vissuto con i nostri occhi, che ora il viale ci sembra infinito.

Tuttavia non sono case, queste, non ci sono stanze da illuminare, noi dormiamo ormai un sonno senza sogni.

L’incubo è vostro. Appartiene a voi, quando camminate al di qua delle sbarre e il cuore palpita domande a cui nessuno risponde se non il nostro silenzio che immobile non muta.

Dove sono le voci dei bambini? Nessuno corre più sullo spicchio di piazza davanti ai cancelli.

Non ci sono biciclette, non ci sono parole, anche i baci delle sere d’estate sono finiti da qualche altra parte.

Quanto rumore c’è, nei vostri silenzi.

E quanto silenzio avete, nei vostri passi.

In Villa Durazzo Pallavicini: Presenze n°2

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

Solo poche righe e alla fine del post.  Le “presenze” hanno solo bisogno di sguardi che siano abbracci e carezze. Hanno bisogno non di parole, perché si fanno troppi discorsi, oggi, nel mondo: le “presenze” hanno bisogno di silenzio e di ascolto.

E l’amore è tutto questo: sguardo, silenzio e ascolto.

E chi l’ha detto che tutto questo non sia anche parola? ci sono parole senza suono ma con tanto cuore .

Ps. Le foto sopra sono state scattate agli esterni della Coffee House in Villa. Vi segnalo qui le ultime iniziative.

18 giugno ore 10: i significati esoterico-massonici del parco

 

Aperitivo in Paradiso: 25 giugno ore 19:15

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze