“Se la bellezza perde vaghezza” Händel

Un altro splendido regalo d’oltreoceano da parte di Daniel che ha utilizzato le foto da me scattate nel Parco della Villa Durazzo Pallavicini.

Io ne approfitto per scrivere alcuni pensieri sull’argomento ( me ne dà il “diritto”  il tempo ormai trascorso sulla bellezza che non ho mai avuto o che forse in me non ho mai visto…non so). Mi piace, approvo, la scelta delle foto per accompagnare, illustrare, questo brano di Händel magistralmente interpretato dalla magnifica voce di Sara Mingardi (rara voce di contralto).

La Bellezza, il mondo ce ne propone una visione distorta, ce ne detta canoni modaioli, che cambiano a seconda delle epoche…ma questa non è che la bellezza esteriore, quella che davvero sì, finisce, sia per noi, sia per le cose di cui ci circondiamo (ah, quanto spesso mettiamo al primo posto l’inutile necessario superfluo!).

Io credo nella bellezza interiore, quella che non necessita di make up e che molto spesso è invisibile, se non poco considerata o derisa, dal momento che si accompagna ad una certa fragilità ( e il nostro mondo è fatto per vasi di ferro, non di vetro o porcellana).

L’anima, dicono, impiega molto tempo per manifestarsi all’esterno ma poi si rende visibile: è per questo che non sempre quella bellezza di cui parlo si trova nelle persone anziane, ma quando c’è irradia una luce tutto intorno, a cominciare dal loro sguardo. Perché è la bellezza non tanto della saggezza, quanto dell’armonia, della serenità e della pace.  Una bellezza… contagiosa. 🙂

Venendo alle statue nelle foto, hanno, ai miei occhi, la bellezza del tempo, una specie di Kintsugi  (ne potete trovare traccia e conferma nel blog di Chiara) che la Natura opera sempre e ovunque. A differenza di noi, la Natura riesce a trasformare in bellezza anche i segni del tempo.

Esiste un kintsugi dell’anima. Io lo sto cercando. Per rendere preziose anche le mie ferite.

Al cuore di una foglia

Usa quello che hai. Quello che vedi: chiedigli di mostrarti quello che non vedi, di insegnarti quello che sa del suo e del tuo cuore. Usa la luce che trovi: è un fiume inesauribile, impara a distinguerla quando è ancora un sottile filo dorato. Cerca le ombre: anche quelle che ti si allungano dentro come strade oscure.

Usa tutto quello che hai. Va bene anche il Dolore.

Usa tutto. Tutto quanto. E cerca te stesso. In ogni cosa. Ma soprattutto in te. E quando hai trovato tutto questo, lascialo andare.

E restituisci.

Leaf heart

 

Leaf heart

 

Leaf heart

 

Leaf heart

 

Leaf heart

 

Una farfalla vola sempre

Doveva essere un post senza foto ma mentre stavo per scriverlo mi è venuta in mente l’immagine di questa farfalla, scattata nel 2013 e allora, eccola qua.

A butterfly always flies

Stasera voglio parlare dell’imperfezione e della sua bellezza. E ancora una volta del rispetto che l’imperfezione merita.

Io conservo nel cuore l’emozione di una foto che però solo i miei occhi hanno scattato.

Questa mattina, dal bus, ho visto una farfalla molto simile a questa qui sopra, solo che era una farfalla umana. Della mano sinistra aveva solo il palmo e attaccate a quel palmo c’erano solo le prime falangi delle dita.

Era vestito molto semplicemente, non alto, non giovanissimo, decisamente robusto, appoggiato al muretto della fermata.Non è salito, forse si stava solo riposando un poco: vicino aveva uno di quei carrellini con i volantini da distribuire, stracarico.

Le persone scendevano e salivano dal bus, nessuno lo ha visto ( soltanto io, che ormai sono abituata a non essere vista mentre osservo ogni minima cosa, da quanto i miei occhi devono anche ascoltare e senza dare disturbo) non l’hanno visto perché nessuno lo guardava ( incredibile quanto non riesca a vedere, la gente) ma ugualmente lui ha subito messo la mano dietro la schiena guardandosi attorno rapidamente per accertarsi che nessuno lo avesse visto.

Mentre scrivo io lo vedo ancora, vedo quel suo modo di guardarsi attorno, certamente automatico, ormai, e quel suo nascondere rapido l’ “ala” smozzicata e mi chiedo se quella farfalla umana sa della sua bellezza e della possibilità di volare che hanno tutte le farfalle.

Perché ci sono molti modi di volare.

Così come ce ne sono molti di guardare e di fotografare.

Bisogna solo riuscire a trovare il nostro.

E tutto questo mi ha fatto ricordare un film, un cortometraggio visto in rete anni fa e dove, qua e là, si leggono frasi stupende come: “Il mondo ha bisogno di stupore”

 

 

Le ombre dei sogni

Dream shadows

Sopra il mio guscio il Tempo imprime solchi
così profondi che non ti so mostrare.
Non ho cornice d’alberi o di mani
per meglio offrirti un cielo di conchiglia.

I sogni che per te ho sognato
ti ho visto cancellarli a uno a uno:
senza guardare… e avevi gli occhi aperti.
Ma tutto è buio, per chi non sa vedere.

Riyueren

Dream shadows

In Villa Durazzo Pallavicini: Presenze n°2

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

Solo poche righe e alla fine del post.  Le “presenze” hanno solo bisogno di sguardi che siano abbracci e carezze. Hanno bisogno non di parole, perché si fanno troppi discorsi, oggi, nel mondo: le “presenze” hanno bisogno di silenzio e di ascolto.

E l’amore è tutto questo: sguardo, silenzio e ascolto.

E chi l’ha detto che tutto questo non sia anche parola? ci sono parole senza suono ma con tanto cuore .

Ps. Le foto sopra sono state scattate agli esterni della Coffee House in Villa. Vi segnalo qui le ultime iniziative.

18 giugno ore 10: i significati esoterico-massonici del parco

 

Aperitivo in Paradiso: 25 giugno ore 19:15

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

Il mosaico della vita

Villa Durazzo Pallavicini: Nel Viale Gotico

 

“Non calpestarmi, danzami
Non aspettarmi, incontrami”

 Villa Durazzo Pallavicini: La grande terrazza

 

Villa Durazzo Pallavicini: La grande terrazza

 

Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House ( pavimento: esterno)
Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House (pavimento: interno)

 

Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House (pavimento: interno)

 

Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House (pavimento: interno)

 

Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House (pavimento: interno)

 

Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House (pavimento: interno)

“Non calpestarmi, danzami. Non aspettarmi, incontrami” : sono le parole che voglio legare a queste foto ( il Viale Gotico e i particolari dei pavimenti esterni e interni della Coffee House in cui il Viale Gotico termina per confluire poi nel Viale Classico).

Le lego alle foto ma in realtà è la Villa a legare me. E ormai sono sotto incantesimo da tempo: qui, dove i miei occhi si sono posati per primi, poi i miei passi subito dopo, si cammina sopra a un essere vivente, perché così è ogni giardino ma in special modo questa Villa.

Stasera voglio condividere letteralmente i miei passi, cioè i pavimenti su cui ho camminato, ma in realtà è stato come danzare. Alla Villa si va incontro, non si può stare fermi.

Così è nella vita, quel mosaico di giorni di cui non siamo che una  tessera, un semplice tassello colorato…eppure così unico…

Dobbiamo danzare e andare incontro.

Memories

La storia (incompiuta) di Mela

Memories

Mela, tu mi guardi dallo specchio. Accenni un sorriso. Poi vedo i tuoi occhi diventare domande. Ogni giorno, ogni sera.

E di notte mi vieni nei sogni, mi cerchi. Domandi.

Troverò le risposte.

Vorrei vederti ridere, Mela.

Memories

Introduzione n°1

“Le tue parole sulle mie labbra

sono gocce di sangue innamorato.”

Mela, Melina, Melanna… con quanti nomi hanno chiamato questa bambina selvaggia? per dirle che era ora di alzarsi, di mangiare, di studiare… di andare a dormire… ma non di sognare, questo no.

Ci sono parole che nelle case non entrano: le porte degli occhi sono sbarrate.

Melanna, Melina, Mela… c’è come un sapore, nei nomi., qualcosa che in bocca sparisce, e diventa un silenzio.

Non si può dire con certezza, bisognerebbe chiedere a persone che non camminano più tra di noi.

Ci sono donne antiche, all’interno di ogni bambina. Sono donne anziane, ma non sempre…a volte sono altre bambine, subito spezzate, ma chissà a quali memorie appartengono, a quali luoghi del Tempo.

E quando ci chiamano con troppi nomi, allora il compito è quello di andare in cerca del nostro nome vero: c’è un’unica parola che può essere per noi insieme confine e orizzonte: tutti gli altri nomi, tutte le altre parole… sono gabbie.

Il primo passo è anche il primo respiro.

Non c’è consapevolezza, non subito.

È per quello che si sbaglia strada molte volte. Si perde tempo a tornare indietro. A ricominciare. Ricostruire percorsi. Segnare mappe. Posti da evitare, sguardi, persone.

Ai primi passi si cerca sempre uno specchio.

E gli specchi non sono infrangibili. Non certo quelli dell’anima.

Molto spesso ci si ritrova davanti a frammenti minutissimi.

Il cammino si ferma. I passi della bambina si arrestano: persino il respiro è come sospeso.

Ricomporre. Sperando che non restino segni evidenti, oltre ai sogni.

La bambina selvaggia è amica del sole.

Si catturano insieme dal cielo alla terra.

Questione di sguardi. Di occhi.

 Memories

Introduzione n°2

Chi sei, Mela? un nome arrotolato in cima a uno stelo sottile. Ma quando sbocci? Quando ti apri? Hai profumo per me?

Il vento sussurra domande. Le risposte, se mai ci saranno, sono nascoste tra le foglie. Il vento ha fretta. Si allontana.

Non ha ancora una voce, Mela. E nemmeno una bocca.

Esiste una foto, ora sparita, divorata da qualche cassetto.

Mela è lì, ma è solo presenza. Non si vede nulla, solo una pancia un po’ più rotonda. E una bocca imbronciata, che non voleva una foto.

E nemmeno Mela.

Del resto la stessa Mela non aveva chiesto nulla. A nessuno.

Da dove arrivano le bambine selvagge che nessuno desidera?

E dove vanno, le bambine che nessuno desidera?

Quella foto smarrita è una strada. E Mela ci sta sopra…mentre altri camminano per lei. Inciampano al suo posto… ma anche Mela cade.

 Memories

Introduzione n°3

Una strada. L’unica possibile? Mela ancora non conosce i crocicchi, i crocevia dei sogni.

Sono quelli dove si arriva, e non c’è un cammino soltanto, ma molti.

Sono quei luoghi possibili in cui alla fine ritorni, per piantare una croce e riprendere il sentiero in una direzione diversa.

Altri passi. Altri frammenti.

Un’altra croce. Di cui non ricorderai il peso. Pronta a caricartene una nuova sull’anima.

Mela e i suoi grandi occhi spalancati di giorno e di notte: troppe cose da vedere. Troppe, per capire fino in fondo le cose che sono.

E le persone. E le parole delle persone.

Memories

1

Mela è tutta bianca e pulita: non la distingui dalle lenzuola. Solo un ciuffo di capelli neri fa la spia sul copriletto, bianco anche quello.

Non turbate l’ordine di questa casa: ci sono regole non scritte.

E Mela è il caos, una piccola stella danzante.

A guardarla bene, forse è più bianca delle lenzuola.

Il cielo? sicuramente sta da un’altra parte.

Mela è una stella senza cielo.

2

Hanno contato le dita dei piedi e delle mani di Mela: ci sono tutti, poi se i due mignoli sono un po’ curvi verso l’interno del palmo… la cosa non ha nessuna importanza.

Proprio nessuna.

Hanno controllato bene il “fuori”. L’involucro esterno.

Nessuno guarda “dentro”.

Perché nessuno sa o ha voglia di guardare dentro alle cose… figuriamoci dentro alle persone.

Una neonata, poi. Che non è ancora persona.

3

Tutti hanno una famiglia. Tutti sono stati al calduccio in qualche pancia. Ma non tutti hanno ascoltato lacrime.

Mela sì, e non le è piaciuto per niente.

Mentre tutti si domandano come mai Mela non chiude gli occhi e non dorme… lei chiede senza parole. E senza parole risponde.

… perché non mangia, non vuole il latte dal seno.

L’anima di Mela ha fame e sete… ma non ha la bocca.

4

Quante persone possono formare una famiglia?

Quante famiglie possono stare nello stesso appartamento?

Nessuno comanda. Tutti vogliono comandare.

Tutti gridano. Chi parla più forte… vince.

Mela mangia la pastasciutta nella casseruola di terra con il nonno.

Poi vola al lavandino e si fa cadere in testa le pentole.

Sotto alla frangetta spuntano i bernoccoli.

Presto! accorrono la zia, la mamma e la nonna: carta straccia bagnata… al ritorno dal lavoro papà non deve vedere.

Mela è pronta per l’ispezione serale.

La frangetta viene sollevata nel silenzio generale.”È caduta!” Papà si guarda attorno, i colpevoli dell’incuria abbassano gli occhi.

Sì, ha cominciato a cadere, Mela. Chi corre, può cadere.

Chi scappa, cade di sicuro e si fa male. Mela scappa. E cade. Ha le ginocchia sbucciate, la garza con i cerotti si attacca alle ferite.

Alla sera, con una bacinella di acqua calda ammorbidiscono le croste incollate, poi “tirano” via: fa male.

Un giorno Mela imparerà a scappare in un modo tutto suo.

Senza muoversi di un millimetro: anche così si cade lo stesso. Le ferite ci sono. Ma non si vedono.

5

Non c’è una casa per Mela. Ce ne sono troppe. E Mela non le ricorda tutte.

Della prima casa i suoi occhi non vedono nulla: le mani soltanto hanno ricordi di un orsetto giallo…il suo pelo punge, imbottito di paglia.

Non ricorda bene quando l’orso è sparito, inghiottito dalla pattumiera, sicuro.

Le sue mani lo hanno perduto. Mani incapaci, sicuro: non sanno tenere le cose. Ad ogni cosa che se ne andrà, nella sua vita, Mela sarà sempre convinta che la colpa è la sua.

La seconda casa è qualcosa di immenso… dicono che nella dispensa in fondo al corridoio ci sia un buco nel muro: da lì si può vedere chi suona alla porta. Mela non se lo ricorda quel buco… e nemmeno la dispensa.

Chi avrà mai bussato a quella porta? Questa non è gente che apre.

Nella terza casa gli abitanti sono finalmente quelli che dovrebbero essere: Mela , il suo papà e la sua mamma.

Non c’è nessun altro.

I sogni di Mela? ah, quelli non contano. Non c’è posto, per quelli.

6

Mela non ha una camera sua, in quella casa. Non c’è posto per lei? sì, nella saletta. Come un ospite, insomma.

Ogni letto che cambia ha l’aria di qualcosa di provvisorio: dalla griglia col materasso… al mobile letto in teak (Mela ogni sera ha paura che il letto si chiuda e la schiacci all’interno di quell’enorme cassone) al divano in stile barocco piemontese, così scuro insieme alla carta da parati arabescata rosso arancio e quei cuscini imbottiti che le cadono addosso non appena si siede soltanto.

Quei cuscini, sempre troppo grandi: alla sera bisogna posarli per bene, uno sull’altro.

Mela non ha paura del buio, ma quando si sveglia di notte si convince di essere cieca. Piange ogni volta, poi accende la luce per vedere se ci vede.

A questo punto la mamma lascia accesa una lucina nel corridoio, così Mela può vedere che non è diventata cieca.

7

Mela trascorre il suo tempo da sola anche quando è a tavola che mangia con gli altri.

A volte va sotto il tavolo, fa finta di essere un cane: lì sotto si sente al sicuro.

Quando lo fa anche al pranzo per la sua Comunione, la cosa non viene gradita.

Mela guarda le briciole che cadono a terra: pensa che potrebbero anche bastare… ma non sono quelle le briciole che vorrebbe.

Ci sono solo le gambe delle persone, per fortuna non si vedono i volti e, facendo un po’ di attenzione, si riesce anche a non sentire le parole che urlano. Parlano sempre troppo forte.

8

Mela scopre un modo migliore per stare a tavola.

Non ci va più sotto, si mette un libro davanti.

Prima sono i giornalini a fumetti, poi, quando impara a leggere ( fa piuttosto in fretta, Mela… in fondo i libri sono gli amici di chi amici non ha) alle bottiglie appoggia libri di ogni genere.

Meraviglia! è come stare sotto al tavolo, non si vede più nessuno.

Mela erige un muro di carta stampata.

Papà fa volare un Topolino dietro l’altro per terra, glieli strappa addirittura.

Mela continua a leggere a tavola.

Perché si vergogni, il nonno, che sa lavorare il legno, le costruisce un leggio, pieghevole ai lati ma bello massiccio.

Tutti credono che lei non lo userà per la vergogna.

Mela ringrazia e ci posa sopra il suo libro.

9

Mela passa molto tempo in bagno. Gioca nell’unico posto dove può stare tranquilla.

Si dimentica che sta sul vasino, continua a far parlare tra loro gli animaletti della fattoria.

Oppure ritaglia figurine che lei stessa disegna, poi le riveste con abiti di carta che ricava dalla pubblicità dei giornali: colori bellissimi, abiti di Coca Cola, di acque minerali, di frutta.

Ha quattro piccoli orsetti di plastica, due verdi e due rossi: anche loro parlano.

C’è un pallone a spicchi: farfalle e api alternate a colori.

Un cavallino di cartapesta.

Una serie di paperotte di legno, da tirare col filo: Mela se le porta dietro ovunque, fanno qua qua, hanno la mamma papera davanti.

Una scatola di latta piena zeppa di quadratini in ceramica trovati nella discarica sul fiume e pietre di mare: Mela la rovescia sul pavimento e ci picchia sopra: fa musica, ma la mamma non gradisce.

Allora prende le uova dal frigorifero e cerca di tenerle al caldo: vuole vedere nascere i pulcini: anche questo non va bene.

Mela prende uno specchio, se lo mette sotto al mento: se ne va in giro per casa camminando sul soffitto, schivando i lampadari,  sino a che non le gira la testa.

 Memories

incompiuto, iniziato tempo fa e abbandonato così: in questi giorni, però, mettendo ordine e trovando i miei quaderni della prima elementare… beh, mi è venuta voglia di condividerlo. 🙂

Clouds dancing in the moonlight

Clouds dancing in the moonlight

Ieri notte il mio sguardo ha danzato con le nuvole mentre il cielo intero danzava al chiaro di luna.

Che cosa sono le nuvole? che cos’è la Luna? e il cielo, cos’è?

Probabilmente qualsiasi enciclopedia anche virtuale ha le risposte giuste, ma non sono quelle che mi ha dato il cielo notturno di ieri.

Mi ha detto che nelle nuvole c’è il vento, nella Luna c’è il Sole e nel cielo c’è Tutto: le nuvole, il vento, la Luna, il Sole… e ci siamo anche noi, con i nostri pensieri, che sono come le nuvole nel vento, noi, con i nostri sogni, che sono come la Luna, illuminati dal Sole e a tratti nascosti dai pensieri-nuvola.

E uno sguardo danza quando il cuore è in musica.

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Il Giardino

Papaveri
Un vecchio racconto che parlava di un vecchio blog che ora se ne sta in disparte (e si riposa) ma che non era solo un blog. Avrei voluto trovare delle foto adeguate per parlare di Innerland, la mia Terra Interiore. Ho soltanto i papaveri di questa mattina, però sono fiori freschi 🙂

In un altro luogo dell’Io

“Non so da quanto fosse lì. Se c’era  prima di me o siamo arrivati insieme. Non so: non m’importa.

L’unica cosa certa è che l’ho visto quando mia madre, allora la chiamavo mamma, mi ha rimproverato per qualche cosa che avevo fatto o detto: qualcosa che non andava bene…perché non andava bene niente. Mai.

Sono scappata via nel mio solito modo, senza muovermi di un millimetro, isolata da un velo di lacrime: nascosta, invisibile.

E quello è stato il primo passo. E’ così che l’ho visto.

C’era una scala coi gradini di legno, tante tavolette scolorite da chissà quante piogge. Scendeva, la scala: sono scesa anch’io. E l’ho visto.

Il giardino era su due piani. Scendeva e poi risaliva in una terrazza. Era spoglio. Niente aiuole. Niente fiori.  Ma c’era tanto spazio. E molta terra da poter lavorare.

La prima volta l’ho solo guardato. E lui ha guardato me.

Non ci siamo detti niente. Solo riconosciuti.

Mi sono vista nei suoi occhi. Lui, nei miei.

“Laggiù metterò una bella vasca coi pesci, così potremo specchiarci meglio”- gli ho detto, prima di andarmene.

La sua risposta me l’ha sussurrata nel vento: mi ha detto che per lui andava bene.

Sono tornata ancora. Altre volte. Molte.

Tornavo da lui perché sapevo che mi aspettava.

E lui mi aspettava, perché sapeva che sarei tornata.

Ancora spoglio, tranne qualche ciuffo d’erba che cominciava a spuntare qua e là, in mezzo a tutta quella terra che mi abbracciava.

Poi sono venuti i tempi della scuola. E allora lui mi ha parlato dei semi che avrei dovuto piantare. “Semi speciali- diceva – Vedrai …”

Così quando andavo a trovarlo portavo con me i libri da studiare. Lui mi ha insegnato che le parole sono fiori bellissimi e che la poesia è un albero: ha radici nell’anima e rami di carne in un cuore sempreverde. E’ una stagione che non conosce stagioni, ma tutte le racchiude.

“Seminami!- mi ha detto un giorno – Dammi un nome!” Ed io l’ho seminato spargendo le mie parole, così come mi aveva insegnato: l’ho chiamato Innerland.

E’ sempre più vivo. Sempre più mio. Attraverso di lui io so che esisto. Appartenendo a lui, io so di essermi e avermi.

Quando io lo guardo e lui guarda me, sbocciano parole profumate.

Siamo cresciuti insieme, come un’unica cosa.

“Che succederà, quando non potrò più venire a trovarti … quando dovrò andarmene? – gli ho chiesto.

Allora mi ha raccontato la differenza tra le stelle e le lucciole. Mi ha detto che le lucciole sono stelline di Terra, appena nate. “Un po’ come noi due- ha sorriso- fanno le prove di Luce qui sulla Terra, poi diventano stelle”.

Poi ha aggiunto che quando sarà il momento mi terrà per mano. Basterà chiudere gli occhi.

Andremo semplicemente in un giardino più grande.”

Riyueren

Papaveri

 

Papaveri

 

Papaveri

Le fontane senz’acqua

Dreamstones

Come riesce a vivere, una fontana senz’acqua? è ancora una fontana, o deve cambiare nome? Le statue guardano altrove o forse si guardano dentro, ma alle due fontane di cui sono parte essenziale voltano le spalle. Sentiranno la mancanza della voce dello zampillo centrale, quando ricadeva frammentandosi in mille rivoli sonori? o forse si accontentano dei canti degli uccellini assetati che vanno a visitarle comunque?

Qualcuno ha aggiunto violenza all’abbandono e all’incuria: alcune statue recano su di sé sfregi di parole, come cicatrici oscene.

Spero che stamattina il mio sguardo abbia riempito quelle due fontane se non di acqua, almeno di amore e di rispetto.

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

Ps. Per gli amici genovesi, queste sono le statue delle due fontane vuote nei giardini di fronte alla stazione Brignole.