Notturno ad Avalon

Tanti anni fa, credo nel 2005, c’era un fiocco di neve…

Alle pendici dell'alba 2

 

“In questa notte che io danzo nel vento, mi abita il cielo.

Tra le mani degli alberi il mio volo è leggero. Da dove vengo? Da quale terra mai è sbocciato il mio cuore di neve?

Parole – cristallo cadono in me, mentre anch’io cado e non so ancora dove poseranno i miei sogni.

Dall’oscuro mare dell’Origine nebbie grigie mi hanno cullato, immemore anche di me stesso, sino alle onde chiare del Tempo… poi la spirale del vento mi ha avvolto di canti notturni e, mentre danzo su Avalon, occhio umano non vede la mia piccola, candida quiete.

Tra le braccia degli alberi il mio cuore è sicuro anche nelle sue incertezze infinite.

Dove sto andando? Dove poserò il mio riposo?

Parole – oceano dormono in me, mentre io sogno e ancora non so su quale riva di terra mi desterò dal mio sonno di neve.

Nella notte sacra che respiro nel vento, abito il cielo… io, che mai ho avuto una casa, neppure in ricordo. Sfioro il silenzio ghiacciato del ruscello nel mio silenzio di neve…i l vento mi offre ancora una danza, un ultimo abbraccio al bosco di Avalon.

Il mio cuore parla al cuore della Terra. Chi potrà mai far tacere il suo canto di neve ai piedi degli alberi?

Com’è dolce essere un sogno nel Sogno, un battito d’ali nel Volo!

Io, goccia d’anima in fiocco di neve, alle radici dissolvo il mio cuore nel canto, e cado… dove sono cadute le foglie danzando l’Autunno, nell’amore della Terra, io cado.

Tra le mie braccia, al sicuro, riposano i semi, e sognano, i fiori di Avalon. Occhi di lucciole e stelle, nelle notti d’estate.”

 

Incipit

Incipit 1

Quando arrivi non sei consapevole di essere un inizio e nemmeno che quell’inizio che sei ha in sé la sua stessa fine, la tua fine.

Quando prendi un poco di confidenza e un poco di consapevolezza, credi di essere un inizio eterno. Immagini di stare camminando in linea retta: una strada diritta e sicura che ti porterà a chissà quali e quante mete.

In realtà a mano a mano che il tuo inizio si srotola e si sgretola davanti ai tuoi stessi occhi ti accorgi che di diritto e sicuro in quella strada c’è ben poco: ci sono curve, incroci, sole e nebbia, paradisi e inferni… ad ogni tuo passo.

Quando arrivi alla fine, si chiude un cerchio e l’inizio non è più che una semplice memoria nel cerchio degli inizi altrui.

Incipit 2

 

Il melo sotto casa offre le sue meraviglie: in regalo, non in vendita. Una mela selvatica cade a terra e non insegna soltanto la forza di gravità: parla dell’inizio e della fine di ogni cosa. Perché se esiste un inizio esiste anche una fine che lo accompagna passo dopo passo.

Una mela selvatica ha luci e colori, in superficie e dentro. Non è perfetta la sua buccia. Forse l’interno non è proprio dolcissimo. Forse è selvatico anche il suo profumo sottile.

Una mela selvatica non cade dal ramo: vola via.

 La sua Bellezza rimarrà, anche quando diventerà memoria.

C’è (un silenzio)

Broken Strings

C’è un silenzio tutto per me, soltanto mio. Un silenzio che vorrei condividere, sebbene io sappia che molti di noi arrivano a comprendere certe emozioni solo quando le vivono loro stessi. E certo non auguro a nessuno di vivere queste mie.

Come posso condividere il mio silenzio? lo farò attraverso le parole e qualche immagine. Intanto le immagini sono silenziose già di per se stesse: quanto alle parole, quando sono scritte, risuonano in noi con la voce dei nostri pensieri che credo poi sia la nostra vera voce.

Oh, quante volte misuriamo il mondo secondo il nostro metro personale!

Anni fa nemmeno mi ero accorta di questo mio silenzio (di cui farei davvero molto volentieri a meno).

Poi un giorno, camminando nei boschi con altre persone, qualcuno disse: ” Ma sentite un po’ quanto cantano questi uccellini!”. Accorgersi improvvisamente così di essere diventata sorda per i toni acuti non fu certo una piacevole sorpresa. Non avevo capito che quel silenzio non era normale, mi ci ero semplicemente abituata, c’ero scivolata dentro sicuramente già da qualche anno senza rendermene conto.

Posso dire che questo silenzio è assordante, da tanto è immenso?

Quando sono da sola la cosa non mi pesa, ovviamente. Come può pesarti ciò di cui non ti accorgi nemmeno? Ma accade questo, che proprio le persone che sanno del mio problema, puntualmente se ne escono con frasi del tipo: “Oggi i merli qui sotto casa cantavano che era un piacere” “Ma hai sentito che fracasso fanno tutte queste cicale?” Se soltanto capissero quanto mi costa rispondere: “No, io non sento nulla, mi dispiace.” (che poi dovrei smetterla di scusarmi per un qualcosa che causa problemi solo a me, tra l’altro). Dentro, in realtà, piango e vorrei urlare, persino, ma evidentemente queste persone sono sorde, anche se in un modo diverso dal mio.

L’ultimo canto di uccelli che mi è rimasto è quello delle tortore, che tutti odiano, a quanto pare, ma che per me è una specie di benedizione. Tutti gli altri li ho persi con il passare del tempo: prima gli uccellini, poi le rondini,  da un po’ di tempo anche i gabbiani…

I suoni che ho perso li ritrovo frugando nella memoria, ma per i merli, ad esempio, la mia memoria non ha nessun archivio: persi, dissolti, andati, non li ricordo, quindi non li sentirò mai più, nemmeno nel pensiero.

Ho cominciato ad avere problemi nel 1994.

Nel 2007 mi ero accorta che se mi alzavo alle 4 o alle 5 del mattino, e mi affacciavo dalla finestra sul boschetto (dove poi avrei incontrato il piccolo Mir) nel silenzio circostante riuscivo ancora ad ascoltare il canto di un uccellino (chissà chi era) prima che il sole sorgesse. Ora quel suono fa parte ormai dei ricordi.

E quel ricordo me ne porta altri, di quando bambina, in estate, dai nonni, l’albero di amarene (che era un suono già tutto quel bel rosso dei frutti) era pieno di uccellini che mi svegliavano con il loro canto festoso.

Anch’io saluto sempre il sorgere del nuovo giorno: lo faccio in silenzio oppure a volte canto, perché se anche ho perso i canti altrui, il mio l’ho conservato, almeno per ora.

E comunque credo che certi suoni non li perderò mai: quelli che ho dentro. L’anima delle cose avrà sempre una voce, per me. Suoni di luci e di ombre. Ma sempre suoni.

Nuvole

 

Nuvole

 

Nuvole

 

Voli e nuvole

Mareggiata ( di parole e di pensieri )

Il mare

Le parole scorrono come acqua fra le mie rive, dissolvono grumi di emozioni che altrimenti, private dei loro nomi, sarebbero soltanto dolore.

Il mare

Non so inventarle, le parole, non so infilare storie come fossero perle. Non so inventare nulla, nemmeno me stessa.

Faccio parte del paesaggio: nessun autoscatto potrà mai raffigurarmi insieme alle mie parole.

Non devo neppure cercarle, ormai: sono loro che trovano me, mi prendono per mano e mi accompagnano. Andiamo insieme e insieme troviamo ciò che ci appartiene che poi è anche ciò a cui apparteniamo: il cielo, il vento, gli alberi, le foglie, le onde.

Il mare

In fondo scrivere è un altro modo di guardare: lo sguardo è una fotografia e le parole sono visioni. Anche la scrittura è un qualcosa che rimane: non costa nulla, non servono prodotti chimici per lo sviluppo, non devi fare post produzione, non occorre una fotocamera, non occorrono obiettivi… nessuna lente, tranne i propri occhi, la mente e il cuore.

Il mare

La messa a fuoco è totale: da qui, qui dentro, all’infinito, dentro e fuori. Tempi veloci, tempi lenti… come vuoi tu.

Il mare

Da bambina scrivevo perché pensavo di non avere nulla, così credevo: ora scrivo perché so che non ho niente ma nello stesso tempo ho tutto.

Mentre scrivo, mentre fotografo, ho tutto: persino me stessa.

Il mare

 

Il mare

 

Il mare

 

Il mare

 

Il mare

Il mare

In volo

Sabato scorso ho fotografato la mia prima mareggiata (vera, non di nuvole, come nei post precedenti) 🙂 Ero sulla passeggiata di Nervi. Le foto del mare le vedrete più avanti, ora voglio condividere con voi quello che mi ha colpito di più: il volo dei gabbiani controvento. Bellissimi (nonostante io li ami poco per via della loro crudeltà che già si intuisce dallo sguardo, a dire il vero). Avvolti nel vento, io e loro: un’emozione che non dimenticherò mai. La gente guardava in basso verso le onde, tutti armati di telefonino per “catturare” la mareggiata,  io naso (e obiettivo) all’aria volavo insieme ai gabbiani.

Mi hanno fatto venire in mente una vecchia cosa che avevo scritto tanti anni fa sul viaggio (era un compito per il corso di musicoterapia). La trovate dopo le foto.

In volo

 

In volo

 

In volo

 

In volo

 

In volo

 

In volo

 

In volo

 

Il Viaggio. Dentro e Fuori. Brevi appunti e variazioni sul tema.

Dentro è il riposo alternato di luci e di ombre intrecciate nel fragile guscio di una conchiglia di carne.

Qui ciò che più conta è crearmi una vita nel vuoto, uno spazio in cui io possa danzare.

Aprire un varco nelle spirali dei miei silenzi. Volgere in suono il respiro.

Senza chiedermi nulla, correre fuori un fluire di sogni, voci e pensieri.

E’ così che so di essere in viaggio, di “essere un viaggio”.

No, non un cammino soltanto, ma più viaggi nel medesimo viaggio, come i respiri sono strade nell’arco di un’unica vita.

E chi è il viaggiatore? Sono io, io che ti parlo…o io non sono piuttosto la strada che tu, ascoltando, percorri?

Non ricordo più il primo passo, un movimento che era già una partenza, un andare lontano, il mio destino di viandante.

Solo, a volte, sulla sabbia del mare d’inverno o lungo il fiume d’estate, il mormorio delle acque fa vibrare in me frammenti di suoni, e se alzo il viso nel sole o tocco una pietra che brucia, ascolto il suono di un cuore, un palpitare di luce nella terra più oscura.

Ho ricordo di altre partenze, altri incontri.

Strade che mi hanno incrociato la vita, accompagnandomi a volte, per brevi tratti o correndo parallele alla mia, senza mai toccarci…le ho anche viste divergere, sparire nella nebbia.

Nessuno può viaggiare sulla strada di un altro. O forse non sulla mia.

Sono stata sempre un viandante solitario, a volte ho elemosinato un sorriso e un poco d’amore come si chiede un pezzo di pane, per vivere.

Sono caduta molte volte, inciampando nella mia paura, avanzando a fatica nel fango delle mie lacrime.

Altre volte ancora i miei erano passi di danza e la voce si levava sicura nel canto.

Osservavo il mutevole cerchio delle stagioni, i segni nel cielo, ruotare attorno al cammino, e tutto era sempre per me meraviglia, dono e sorpresa.

Il mio viaggio è nel cuore, e il cuore è un suono che non conosce riposo o silenzio.

Così il mio cammino continua di notte. Sul sentiero dei sogni.

Ho anche strisciato nella polvere della mia strada, urlando e piangendo tutto il dolore, mentre altri mi credevano camminare felice. Le ferite dell’anima nessuno le vede.

Ma il dolore è seme, ha dato il suo frutto, trasformandosi in ala, sollevandomi in volo.

Ora il Viaggio continua. Dentro e Fuori. Seguendo il respiro.

Riyueren

 

Mareggiata di nuvole

Mareggiata di nuvole

Sarà una notte d’alba
o un giorno di tramonto
quando i miei occhi
alzeranno le vele all’orizzonte.

Crederò di andare via…
avrò timore di partire.

E invece… arriverò.

Riyueren

Mareggiata di nuvole

A mio figlio (vecchio scritto del 1994)

Io conosco un mondo misterioso e lontano che se ne va alla deriva nel mare stellato dell’ Universo, un mondo che si perde lungo sentieri luminosi d’immenso e di meraviglia: il Paese del Tempo Incantato.

Voglio dirti dei suoi colori, simili a quelli che rivestono e ravvivano il nostro mondo, ma più intensi, al punto da emanare dal loro interno respiri di luce.Così, tutto attorno al Paese, sale e si avvolge un palpitante pulviscolo d’ arcobaleni.

Voglio narrarti dei Soli che sorgono più volte nel medesimo giorno e della Grande Notte che muove a passi di danza lungo le sette atmosfere, dei petali di rose e di viole che arrivano con il vento del tramonto, delle ombre rapide e leggere che destano le valli addormentate.

Delle vette lontane, dove la neve regna, candida eterna sovrana dal manto di gelo trasparente.

Del sussurro delle foglie nei boschi, dove il vento ruba canzoni e leggende disperdendole poi lungo le acque.

E canterò anch’io, per te, il riso d’argento dei ruscelli mentre corrono al fiume, tra il borbottare scontento dei ciottoli e le sommesse preghiere dell’ erba china sul riflesso che fugge.

Insieme andremo al riposo del fiume. Nel suo letto calmo e paziente culleremo i nostri sogni, sino al Grande Mare della Luce.

Qui la morte non è che il doloroso spezzarsi di un bozzolo lucente da cui sfuggono pensieri alati in forme d’amore.

Riyueren    1994

Mareggiata di nuvole

Oel ngati kameie (Io ti vedo)

Oel ngati kameie (Io ti vedo)

Io ti vedo. Ti guardo, così come anche tu mi guardi. Tu esisti per me, io per te. Tu sei una foglia: anch’io lo sono. Lo divento mentre tu fotografi me, con la tua sola presenza, con il tuo esistere come foglia sulla mia strada. Io non ti calpesto. Non ti prendo. Non “compongo” la tua bellezza, la abbraccio così com’è. Io non ti porto via se non dentro di me. E sono sicura che dentro di te, da oggi, ci sarò anch’io. Ovunque tu andrai. Ovunque andrò io.

 Oel ngati kameie (Io ti vedo)

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Noi, come guardiamo? Siamo consapevoli che i nostri occhi “toccano” tutto quello su cui si posano?Vedere è anche un gesto. Guardare è una calligrafia: invisibile, ma lascia sempre un’orma. Anche in chi guarda.

Io tanto tempo fa, ancora ai tempi di Splinder, avevo “visto” Tommy. Questa è la sua storia, completa di foto, una delle mie prime, scattata il 14 ottobre 2008. E per un po’, sperando di non aver esaurito lo spazio disco, altrimenti dovrò toglierla, potete ascoltarla letta da me, in fondo al post.

Un incontro così

“Ciao! Io sono Tommy. A dire la verità sarei un peluche femmina. Avevo provato a dirlo, ai miei padroncini: non mi hanno mai ascoltata. Forse non conoscevano il linguaggio dei giocattoli: non sono molti, gli umani che lo comprendono.

Sono un cane, un cane femmina, un cane finto, lo so, ma dentro sono viva. E imbottita di sogni: per forza, stavo nella camera da letto!  Dovete sapere che quando la gente si sveglia al mattino, i sogni non è che … puff ! svaniscono. Macché, la gente si alza e loro vanno a dormire, si riposano, han lavorato tutta la notte : indovinate un po’ dove si sono infilati per stare al calduccio? Appunto, nella mia pelliccia. E’ che lì ci sono rimasti: qualcuno di loro mi ha detto (parlano anche i sogni, sapete?) che è meglio stare in un cane finto che in certe zucche.

Ora i padroncini sono cresciuti, io mi sono riempita di sogni (loro ne hanno sempre meno) ma anche di polvere: così sto qui, tra i bidoni della spazzatura, infilata in un sacchetto troppo corto. Sono qui che aspetto.

Vedete? Sono un cane femmina bravo: guardate come sto calma e tranquilla. Proprio non capisco perché non mi vogliono più.

Veramente, qualcuno che voleva adottarmi ci sarebbe stato: una lupa bianca che passava di qui con una macchina fotografica tra le zampe. L’unica persona che si è fermata a guardarmi, tutti gli altri tiravano via: devo essere proprio un cane brutto e sporco.

Lei è stata gentile, mi ha persino rivolto la parola per prima. “Ciao! – mi ha detto – Che cosa ci fai qui?” Così, visto che parlavamo la stessa lingua, mi sono fatta coraggio e le ho raccontato la mia storia. Di quando sono nata in quella vecchia fabbrica: già, io non ho avuto una vera mamma, come gli altri cani, quelli vivi. Però molte mani mi hanno accarezzato, lisciato, mi hanno attaccato un paio di occhi di metallo, molto belli, con le ciglia già disegnate.  Poi, insieme a tanti miei fratelli e sorelle, ci hanno messi nella pancia di un enorme camion, eh, ora lo so che si chiama così, pensavo fosse chissà quale drago … poi sono finita in una vetrina tutta piena di luci, sembrava di essere in un acquario, ma l’acqua non c’era e mancava anche l’aria. Poi, improvvisamente, mi hanno presa, impacchettata (non vedevo più niente), e, quando mi hanno liberato da tutti quei fiocchi e carta dorata, ero sotto ad un grande albero: più finto di me, a dire la verità.

In un attimo sono finita nella stanza dei miei padroncini: mi hanno strapazzata ben bene, in tutti questi anni.

Solo che ora, tutta piena di polvere e col pelo arruffato … i padroncini cresciuti …. Non servo più a niente. Non mi hanno neppure impacchettata, per gettarmi via. Lo vedi? Spunto per metà dal sacchetto. Aspetto, so che il drago, il camion, arriverà presto. Dove vanno, i giocattoli che nessuno vuole più? Qualcuno lo sa? Tu lo sai?

Ecco, ora ho fatto piangere quella lupa bianca e gentile. Mi porterebbe con lei, a casa sua, così ha detto, ma non può, non vive da sola: a malapena c’è posto per lei. “Ti faccio una foto, così ti porto sempre con me, è tutto quello che posso fare, poi ti metto in un posto da dove non ti caccerà mai nessuno: si chiama Innerland, è la mia tana. C’è tanto spazio, vedrai, starai bene e ci faremo compagnia “ E mi ha scattato delle foto. “Non devi avere paura, perché, in qualche modo, tu vieni con me”.

Così io aspetto. E non ho paura. Perché la mia anima di peluche andrà su Innerland, presto. Lì, mi ha detto la lupa, anche un cane finto può correre. E forse volare, persino.”

Riyueren

P.S. Sono tornata stamattina, nello stesso posto. Ma è passata una settimana. Ho trovato i bidoni della spazzatura pieni di altra roba. Tommy non c’è più. Al suo posto c’è un gran spazio vuoto. Pulito, perfino: ma molto vuoto. Però so che la mia Tommy è qui, non solo nella foto: è qui, da qualche parte, che corre su Innerland.

P.P.S  “ssss…zitti, sono Tommy. Sono qua, nascosta nel blu del template. Scommetto che qualcuno di voi si sta domandando che fine ha fatto l’imbottitura di sogni. Beh, non andateglielo a dire, alla lupa: quando si è voltata per andare via, gliel’ho soffiati tutti sulla pelliccia. Ora li ha lei: sapete, penso  proprio che ne farà buon uso.”

 

Gioco di vento e di parole: cambio di vocale.

Segni. Le parole sono (soltanto?) segni. Sono le orme che i pensieri ti lasciano fra le dita. Tracce che servono alle emozioni per trovare la strada di casa, dopo che il cuore le ha cacciate via e gli ha chiuso la porta in faccia (non ha più vent’anni, poverino: non ce la fa a sopportare tutta quella confusione).

Segni. Ma basta che il vento di un pensiero impertinente…(eccolo che arriva!) si infili in una vocale soltanto, la strapazzi un poco, ci soffi dentro, la gonfi a mo’ di palloncino… e le parole sono diventate … “sogni”.

E cosa succede, quando le parole si trasformano in sogni?

Succede che tu alzi gli occhi al cielo notturno mentre porti fuori il cane e ti trovi proprio lì, sopra la tua testa, incorniciato da un piumaggio di foglie ombrose, un bellissimo geco aggrappato al lampione.

A gecko in the moon

E cosa sta facendo, il bellissimo geco? Sta cercando di convincere moscerini e falene che quella è la luna, non una luce qualunque. E li invita a visitare la luna viaggiando con lui, che possiede addirittura un’astronave, anche se non specifica che si tratta della sua pancia.

Dopo quattro notti consecutive in cui, rischiando di cadere dalle scale insieme al cane per guardare in aria, si è visto il geco circumnavigare indisturbato la sua luna lampione (una notte qui, una notte più in là, ora in verticale, ora in orizzontale) il lampione è tornato lampione e il geco è sparito.

Forse nel boschetto si è sparsa la voce che raccontava bugie? eh, erano un po’ troppo corte, quelle zampette…

Oppure…

Che sia andato davvero sulla luna, magari in cerca di extrafarfalle aliene?

Forse, molto più semplicemente, il vento dell’altra sera, così impetuoso, avrà rimesso a posto qualche vocale… e le parole sono tornate ad essere “segni”.  🙂

A gecko in the moon

 

A gecko in the moon

Il Viale

Non ho foto per questo racconto (ogni tanto provo a scrivere anch’io, poi mi vergogno e non pubblico): ci sono foto impossibili, immagini che appartengono talmente al passato da non essere riproducibili.  Questa volta mi affido ai vostri occhi. Spero che le mie parole vi facciano vedere qualcosa. 🙂

Il Viale

La vita è ricordo, memoria: una casa dove ogni mattone, ogni stanza, è un incontro.

C’è chi incontra persone e non arriva a conoscerle mai davvero…Io ho incontrato anche luoghi ed essi mi hanno aiutata a ri-conoscermi mentre io conoscevo loro.

Uno di questi è un viale la cui lunghezza cambia ad ogni stagione della vita: interminabile, da subito, poi via via sempre più corto. Forse a contare i passi, chissà… potrebbe essere semplicemente una questione di piedi diventati più grandi, quindi più sicuri e veloci, o ancora, potrebbe trattarsi di uno scherzo, un inganno dello sguardo: gli occhi delle persone mutano, col tempo, si soffermano più su alcune cose che su altre, di solito su ciò che è nuovo, perché è difficile guardare ogni giorno con occhi diversi, con gli occhi speciali di ogni prima volta, quello che è lì da sempre, difficilissimo soprattutto guardarlo come se fosse ancora nuovo, come se avesse conservato la sua essenza di ignoto e meraviglia.

Ma comunque le proporzioni non sono determinanti, dipendono dall’unità di misura che abbiamo dentro (e l’anima spesso numera molto a modo suo): quel che conta davvero, il reale della realtà, quello su cui nessuno può discutere oggi così come tanti anni fa (sembra esserci sempre stata, questa striscia di asfalto) è che il viale inizia con una discesa e termina in uno spicchio di piazza davanti al cimitero.

Un grande cancello con due più piccoli ai lati, delle semplici sbarre a frapporsi tra due mondi: da una parte l’eternità a guardare in faccia l’effimera quotidianità di un illusorio reale, dall’altra quest’ultimo che osserva sforzandosi a dimenticare… o a ricordare.

Ci sono stati anni in cui quel piazzale risuonava di piedi in corsa, risate, campanelli di biciclette, pattini con rotelle di plastica che gracchiavano sull’asfalto, rosicchiate com’erano dal gioco.

A pensarci adesso, un grande contrasto, con l’immenso silenzio al di là delle sbarre. Nell’eterno è il movimento, che manca, il tempo scorre nel piccolo e sparisce nel grande, come un fiume carsico che prosegue la sua corsa al di sotto della terra ma che purtroppo da qui non riemerge mai in superficie. Se non è percepito, nulla cresce, nulla ha bisogno di maturare e di essere colto: le radici e i frutti, se ci sono, esistono nell’invisibilità più totale agli occhi di chi resta.

Bisogna anche dire che oggi quello spicchio di piazza non vede più corse e non ascolta risate: quasi a inizio viale hanno costruito giardini per i più piccoli, attrezzati con altalene, giostre a pedali, castelli di legno e di corda.

Ora il mondo ti dice anche come giocare: con metodo, intelligenza… giochi precotti, preconfezionati (con tanto di scadenza, forse), giochi predigeriti, sicuramente.

Noi allora riuscivamo a giocare anche soltanto con la polvere del viale, le foglie cadute, le castagne… un vento interiore disperdeva e ricomponeva storie diverse ogni volta: eravamo in grado di porre domande al viale ma soprattutto eravamo ancora capaci di ascoltare le sue risposte. Non c’erano recinti: auto ne circolavano ben poche.

Oggi, nessun contrasto più con il sonno dei morti: i bambini vengono tenuti lontano dall’eternità, ci sono cose di cui il mondo non vuole sapere, perché il mondo teme di perdersi nelle domande che non hanno risposta. E poi, chi si metterebbe ormai a parlare con un pezzo di strada?

Del resto molti di quei piedini di allora a poco a poco sono passati al di là della soglia silenziosa: l’enorme lampadario sospeso ora oscilla anche per loro nel vento.

Un viale non è un viale, senza gli alberi, e qui da sempre abitano gli ippocastani, con innumerevoli famigliole di piccoli funghi alla base del tronco: il cielo diventava un’immensa volta frondosa, nella bella stagione, mentre in autunno era bello giocare a nascondino con le castagne e farle saltar via col piede dai “ricci” e portarle alla nonna che le mettesse in tasca contro i dolori; d’inverno il candore della neve abbracciava tutto e si adeguava per strana magia alle silenziose case dei morti sullo sfondo, quasi sempre bianche, come bianche sono anche le statue degli angeli; d’estate il viale ed i campi ai suoi lati ospitavano fragorose cicale, instancabili: altra stagione di contrasto, con il solito silenzio al di là dei cancelli.

Col passare degli anni anche gli ippocastani si sono diradati, come le persone che si riunivano a piccoli gruppi nelle sere d’estate, quando il tempo è più fresco e le lucciole discretamente illuminano le strade dei baci.

Gli alberi non hanno un riposo tutto per loro, non c’è eternità, né cancello: si trasformano in fuoco e dopo in calore, ma il ceppo e le radici rimangono a segnare l’asfalto.

Le panchine stavano su entrambi i lati, fra un albero e l’altro: prima semplici lastre di pietra, poi curve di cemento con incastonati mosaici di piastrelline quadrate e di vario colore, poi ancora lastre di pietra: mi hanno detto che sono quelle dell’antico selciato delle strade del paese.

Seduta, mi sembra di sentire risuonare sotto di me le migliaia di passi e le ruote dei carri che le hanno percorse. Se chiudo gli occhi e faccio attenzione, riesco a udire persino il suono delle gocce di pioggia che le hanno bagnate.

Nei prati che ora non ci sono più, lasciati come sono all’incuria, si coltivavano dalie e gladioli più qualche papavero intruso: alla domenica gli abitanti del paese dei vivi venivano ad acquistarli per rallegrare il paese dei morti.

La nonna comprava soprattutto le dalie, cinquanta lire, costavano poco, e per dare risalto al mazzetto aggiungeva il “trillino”, così lei chiamava la Gypsophila: io non capivo come si potesse portare al cimitero un fiore destinato al bouquet delle spose.

La superba vita colorata dei fiori andava a svanire e disseccarsi a mano a mano che l’acqua svaporava nei vasi.

È da allora che non amo dalie e gladioli: per me sono i “fiori dei morti”. Troppo silenziosi e tristi nella perfezione dei petali.

Intanto il viale diventava meno lungo per i piedi di una bambina che lo percorreva sempre più velocemente, ma l’accorciarsi della strada non c’entrava nulla col fatto che quei piedi posassero rapidi prima sul triciclo, poi sulla bicicletta o sui pattini o andassero correndo nei sandali nuovi o scivolassero svelti e orgogliosi nelle prime scarpe con un poco di tacco.

Non sono i piedi a crescere, non sono i passi a farsi più veloci e nemmeno le persone: è il loro sguardo che cresce, che diventa veloce e nello stesso tempo più lontano; non uno sguardo distante, semplicemente uno sguardo che vede più in lontananza.

Gli occhi abbracciano più spazi, più giorni: avvicinano orizzonti.

Solo il silenzio al di là del cancello, non muta.

Per noi il viale non ha inizio né fine: il viale “è”, una fine. Se tu puoi ancora guardarlo da qui mentre stai camminando, allora potresti dire che inizia con uno spicchio di piazza antistante il cimitero, si allunga diritto fra alberi ormai radi anche di foglie e termina con una salita impraticabile, per noi, che lo abbiamo percorso lentamente ad occhi chiusi senza nemmeno posare un piede per terra. Forse lo abbiamo sognato un’ultima volta, prima che ci deponessero qui, avvolti di fiori più vivi di noi ma ancora per poco.

Il grande lampadario nel vento è una mano che cancella i ricordi di cui è fatto ogni corpo per consegnarci all’eternità, ancora più puri che alla nostra nascita.

Le ragnatele annerite sul soffitto vorrebbero trattenere le memorie, ma non possono.

Ancorati ad un unico luogo, senza piedi per fuggire, senza più labbra per gridare la nostra solitudine, in mezzo a questa folla muta, noi viviamo un silenzio che è tale solo per essere un ascolto migliore…se mai giungessero qui i vostri pensieri di noi: solo quelli, abbiamo ancora, a dirci chi siamo stati e se siamo stati davvero.

La polvere è polvere ovunque e comunque, ma pure siamo riusciti, quando noi eravamo ancora come voi, a renderla diseguale, come quando era polvere viva. Ma la polvere resta polvere ovunque sia contenuta., tombe di famiglia o semplici tumuli nella terra. E quelle mani afferrano il vuoto e restano buie: non conoscono luce.

A dire il vero, abbiamo luci accese anche di giorno; luci che di notte ci fanno somigliare ad un altro paese, ma così distante da quello che abbiamo vissuto con i nostri occhi, che ora il viale ci sembra infinito.

Tuttavia non sono case, queste, non ci sono stanze da illuminare, noi dormiamo ormai un sonno senza sogni.

L’incubo è vostro. Appartiene a voi, quando camminate al di qua delle sbarre e il cuore palpita domande a cui nessuno risponde se non il nostro silenzio che immobile non muta.

Dove sono le voci dei bambini? Nessuno corre più sullo spicchio di piazza davanti ai cancelli.

Non ci sono biciclette, non ci sono parole, anche i baci delle sere d’estate sono finiti da qualche altra parte.

Quanto rumore c’è, nei vostri silenzi.

E quanto silenzio avete, nei vostri passi.

Al cuore di una foglia

Usa quello che hai. Quello che vedi: chiedigli di mostrarti quello che non vedi, di insegnarti quello che sa del suo e del tuo cuore. Usa la luce che trovi: è un fiume inesauribile, impara a distinguerla quando è ancora un sottile filo dorato. Cerca le ombre: anche quelle che ti si allungano dentro come strade oscure.

Usa tutto quello che hai. Va bene anche il Dolore.

Usa tutto. Tutto quanto. E cerca te stesso. In ogni cosa. Ma soprattutto in te. E quando hai trovato tutto questo, lascialo andare.

E restituisci.

Leaf heart

 

Leaf heart

 

Leaf heart

 

Leaf heart

 

Leaf heart