Una farfalla vola sempre

Doveva essere un post senza foto ma mentre stavo per scriverlo mi è venuta in mente l’immagine di questa farfalla, scattata nel 2013 e allora, eccola qua.

A butterfly always flies

Stasera voglio parlare dell’imperfezione e della sua bellezza. E ancora una volta del rispetto che l’imperfezione merita.

Io conservo nel cuore l’emozione di una foto che però solo i miei occhi hanno scattato.

Questa mattina, dal bus, ho visto una farfalla molto simile a questa qui sopra, solo che era una farfalla umana. Della mano sinistra aveva solo il palmo e attaccate a quel palmo c’erano solo le prime falangi delle dita.

Era vestito molto semplicemente, non alto, non giovanissimo, decisamente robusto, appoggiato al muretto della fermata.Non è salito, forse si stava solo riposando un poco: vicino aveva uno di quei carrellini con i volantini da distribuire, stracarico.

Le persone scendevano e salivano dal bus, nessuno lo ha visto ( soltanto io, che ormai sono abituata a non essere vista mentre osservo ogni minima cosa, da quanto i miei occhi devono anche ascoltare e senza dare disturbo) non l’hanno visto perché nessuno lo guardava ( incredibile quanto non riesca a vedere, la gente) ma ugualmente lui ha subito messo la mano dietro la schiena guardandosi attorno rapidamente per accertarsi che nessuno lo avesse visto.

Mentre scrivo io lo vedo ancora, vedo quel suo modo di guardarsi attorno, certamente automatico, ormai, e quel suo nascondere rapido l’ “ala” smozzicata e mi chiedo se quella farfalla umana sa della sua bellezza e della possibilità di volare che hanno tutte le farfalle.

Perché ci sono molti modi di volare.

Così come ce ne sono molti di guardare e di fotografare.

Bisogna solo riuscire a trovare il nostro.

E tutto questo mi ha fatto ricordare un film, un cortometraggio visto in rete anni fa e dove, qua e là, si leggono frasi stupende come: “Il mondo ha bisogno di stupore”

 

 

The Lights I love

The lights I love

Nella stanza al mattino
sorge prima il silenzio,
poi viene il sole:
camminano insieme
piccoli passi di luce
sino a che l’intera parete è percorsa
di orme splendenti,
occhi che leggono in cuore.

Mentre il sole va altrove e tramonta
la parete si spegne:
nella stanza rimane il silenzio
a vegliare il mio tempo e i miei sogni.

Riyueren

The lights I love

 

The lights I love

 

The lights I love

 

The lights I love

 

The lights I love

 

The lights I love

 

The lights I love

Sono le luci che amo, quelle che entrano nella mia camera da letto e dilagano sull’intera parete che ho di fronte illuminandola solo nei mesi estivi.

Hanno colori diversi, a seconda di dove si posano.

La prima volta che le ho “viste” (eppure c’erano da anni, vivo qui dal 1980) era nell’agosto del 2011: da allora è tutto un gioco di specchi e di sguardi.

Onde di nuvole: due giorni di cielo.

Onde di nuvole

Qui sopra lo skyline dalle finestre di casa, sempre magico nonostante l’assenza dell’olmo che per più di 30 anni lo aveva impreziosito al mio sguardo (e anche a quello degli innumerevoli storni che ci si posavano sopra).

Questo post potrebbe avere diversi altri titoli: “l’abitudine”, “il risveglio”, “illuminazione”, “dalla strada di sopra”… tutto per dire che dopo quasi 37 anni che abito qui e dopo 9 di fotografia del cielo al tramonto rigorosamente dalla finestra della cucina, l’altra sera, mentre fotografavo da casa come mia abitudine, mi sono resa conto che quel cielo continuava anche oltre la strada di sopra, cioè ben al di là del mio poggiolo, ma ormai era tardi, il buio incombeva: il giorno dopo ho preso le mie due fotocamere e sono uscita per fotografare quello stesso cielo da un’altra prospettiva. Ho sempre avuto più luce sulla destra dei miei scatti, ora la luce era a sinistra e al centro: lo skyline era cambiato.

Onde di nuvole

 

Onde di nuvole

 

Onde di nuvole

 

Onde di nuvole

 

Onde di nuvole

L’ orizzonte non può diventare abitudine, altrimenti è soltanto un confine e nient’altro.

Il cielo ha molti orizzonti e non sono certo confini: sono porti da cui salpare con i nostri sogni sopra onde di nuvole.

Onde di nuvole

 

Pierrot vorrebbe amare (Loving Tear) video

Questo video nasce da un incontro: una musica era (forse) in cerca di immagini mentre alcune foto avevano davvero bisogno di un suono che le portasse sulle sue ali. Anche il titolo nasce da questo incontro: “Pierrot vorrebbe amare” è stato scelto da Cantus_firmus, io ho aggiunto “Loving Tear”.

Il Pierrot è nella mia vita da tantissimi anni, forse una quarantina: mi ha accompagnata nella casa dove vivo ora, ma prima era nella mia casa di ragazza. Qui fa compagnia a due orsetti, alcuni piccoli peluches, sia comprati sia trovati per strada, una pila di libri, una simpatica strega di pezza e qualche piuma.

Quell’unica lacrima, invece, fa compagnia a me, mi ricorda i sogni che non si sono mai svegliati e quelli che forse un giorno si risveglieranno.

La musica di Cantus_firmus ha dato voce al mio Pierrot, lo ha reso finalmente vivo e per questo non posso che dire: grazie!

Spero che Pierrot possa rendere più viva, se possibile, perché io la trovo già bellissima anche senza immagini, la musica di Cantus.

Mimosa

Mimosa

 

Mimosa

 

Mimosa

Non ci sarebbe bisogno di parole, ma due righe le vorrei scrivere ugualmente. Nelle immagini ognuno di noi vede cose, pensieri, persone, molto spesso ci riflette (e ci si riflette) sopra. Noi dobbiamo andare al di là dell’immagine, vedere oltre. Perché al di là dell’immagine (così immediata rispetto alla parola – che comunque a sua volta è portatrice e generatrice di visioni interiori -) c’è tutto un mondo ancora da esplorare, il mio (per me) e il vostro (per voi).

L’augurio che faccio con tutto il cuore è che nessuno si perda in questo viaggio, anzi, ne ritorni più consapevole di se stesso e degli altri viaggi che è necessario fare per tornare a se stessi senza perdere pezzi per strada.

Anche l’amore è un viaggio dentro se stessi, l’importante è che sia un orizzonte, sempre, e non un confine.

Buon 8 Marzo, con il bellissimo video di una mia amica, Mara Bagatella.

Il muro

Murales 2017

Potrebbe essere un muro, la memoria. Tu sai che ci sono cose ( si chiamano giorni, notti e sogni… i nomi sono infiniti) al di qua e al di là di quel muro di cui non conosci l’inizio e la fine.

Nomi prigionieri,forse, o semplicemente inquilini di una parte e dell’altra del muro.

Di certo c’è che tu vedi soltanto la parte di muro che hai davanti agli occhi, davanti alla tua vita. Conosci solo quei nomi: gli altri sai che ci sono ma il tuo sguardo non può leggerli. Il cielo però è unico, per entrambe le parti. Le stagioni, la luce, il buio non hanno un lato preferito… anche il tempo scorre allo stesso modo lungo i due lati del muro.

Sul muro no: ciò che stava in superficie torna ad immergersi lentamente da dove era venuto.

La memoria non si allontana, semplicemente dimentica se stessa.

Murales 2010

Murales 2010

 

Murales 2010

 

Murales 2010

 

Murales 2010

 

 

Murales 2017

Murales 2017

 

Murales 2017

 

Murales 2017

 

Murales 2017

Le frittelle della felicità

Questa è una riproposta.Una ricetta molto particolare: in pratica ribloggo me stessa da un vecchio post su Cruna di stella a sua volta ripreso dal mio Innerland splinderiano.. Carissima Mile Sweet Diary… come promesso, ecco le mie frittelle.

Le frittelle della Felicità

Cruna di stella  Domenica 26 febbraio 2012

Sarà colpa (o merito) delle mie ultime letture, ma mi è venuto in mente di recuperare un vecchio post di Innerland.

Perché la mia ricetta della Frittelle della Felicità? e perché riproporla proprio ora?

Nella cucina della vita temo di non essere mai stata un’ottima cuoca … molto spesso ho lasciato bruciare le mie ricette, a volte quando erano ancora sulla carta.

Ma c’è una bambina affamata, qui dentro, una bambina che ha bisogno di imparare a farsi da mangiare, dopo che ha capito di avere dentro di sé tutti gli ingredienti necessari… già, non deve neppure andarli a comprare.

Dentro molti di noi ci sono dei bambini feriti, bambini di cui solo noi possiamo prenderci cura.

Questa ricetta è per noi. Per tutti noi: una vecchia ricetta (è del 2008) di cui solo ora ho compreso l’importanza. Non voglio e non devo tenerla per me soltanto. Soltanto le foto sono nuove, scattate appositamente :))

Le frittelle della felicità

LE FRITTELLE DELLA FELICITA’

Si prende la ciotola del cuore e si versa dentro il latte dei Ricordi Belli, aggiungendo a poco a poco la farina dell’Ottimismo, accarezzando dolcemente col cucchiaio dei Sogni sino ad ottenere un impasto omogeneo di sufficiente tenerezza.

A questo punto si aggiunge un pizzico di sale di Speranza e due pizzichi di bicarbonato di Autoironia ( che dà al composto il sorriso necessario per renderlo leggero e in grado di far volare la fantasia di chi lo mangia).

Una volta comparse in superficie le bollicine dell’allegria, si mette a scaldare sul fuoco della volontà la padella dell’anima, ricordandosi di mettere dentro una quantità sufficiente di olio dell’Autostima, per fare in modo che le frittelle non brucino e la padella non si rovini.

Sempre col cucchiaio dei Sognisi abbraccia una piccola quantità del composto e la si lascia cadere nell’olio dell’Autostima che deve essere ben caldo.

Si ripete l’operazione sino a quando non si avrà un numero sufficiente di sorrisi che sfrigolano in padella ( l’anima deve essere piena di sorrisi in cottura).

Dopo averle fatte sorridere da una parte e dall’altra, le Frittelle della Felicità sono pronte.

Bisogna solo adagiarle sulla carta assorbente della Consapevolezza, per togliere l’eccesso di olio di Autostima che potrebbe appesantirle di troppa presunzione e risultare indigesto.

Solo così le frittelle saranno altamente nutrienti e digeribili.

Possono essere conservate a lungo nella memoria, nella Scatola delle Carezze, e poi tirate fuori per sgranocchiarle quando occorre.

Si possono mangiare a volontà: ingrasseranno solo le risate.

Riyueren

Dal 2008 ad oggi non è che io sia riuscita a cuocere delle buone frittelle: a volte mancava l’olio dell’autostima, altre volte niente carta assorbente della consapevolezza, qualche volta han cercato persino di portarmi via la padella dell’anima, per non parlare del cucchiaio dei sogni che spesso e volentieri non ricordo dove l’ho messo. Il fuoco della volontà si è estinto non poche volte e altrettante ho alzato così tanto la fiamma da trasformarlo nel fuoco della testardaggine e ho bruciato tutto, persino la cucina.

La ciotola del cuore ha qualche crepa ma, memore di quel che fanno in Oriente quando si rompe un vaso, ho sigillato con l’oro le venature rendendo preziosi i frammenti di me (un po’ come fa Phlomis). Il latte dei ricordi belli..beh, qualche volta si è irrancidito un po’, io mi arrabbiavo e la farina dell’ottimismo finiva sempre per cadere e spargersi sul pavimento.

Il sale della speranza e il bicarbonato dell’autoironia… quelli non mi sono mai mancati, per fortuna.

E finalmente oggi, nel 2017, ho imparato a farle come si deve.

A Mir (Mir, I miss you so much…) <3

Mir

Tu sei al di là della pioggia, del freddo
oltre la neve, fuori dalle tempeste.

Ora è mio il tuo sguardo,
in me il tuo nido:
la mia memoria ti nutre,
il cuore è una coperta calda.

Migrano le stagioni
i silenzi prendono il volo
in primavera i suoni sono in fiore
calde parole estive
maturano i pensieri dell’autunno:
io sola nell’inverno resto,
spoglia di te,
a custodire assenze.

Riyueren

 

Mir

 

Mir

 

Mir

 

Mir

 

Mir

 

Mir

 

Mir

 

Ali (s)velate, ali di silenzio.

Finalmente la mostra concorso sulla violenza di genere per cui queste foto sono state selezionate si è conclusa, quindi posso condividere il mio lavoro. Non ho vinto, ma non ha importanza, come non ha avuto importanza che queste foto siano state esposte incollate al muro, quindi inamovibili, nella sequenza errata rispetto a quella da me indicata con tanto di scritta dietro (mi sono trovata la prima foto come ultima, per esempio, non ce n’era una al posto giusto… per cui tutto il lavoro esposto così non aveva più un senso).

La sola cosa importante è che queste 4 foto mi hanno cambiato la vita (le prime due foto le avevo già, le ultime due le ho scattate appositamente per il concorso): la mia vita è cambiata dopo aver visto queste 4 foto stampate e messe una accanto all’altra.. Non starò a raccontarvi cosa è successo.Mi limiterò ad allegare qui quello che ho scritto dopo averle viste.Le decisioni che sono venute di conseguenza restano nel mio cuore. Il lavoro doveva essere consegnato entro il 15 dicembre: da allora, come avrete visto nei post precedenti, le piume volano ancora nelle mie foto.

Perché quello è stato semplicemente…l’inizio.

Ali (s)velate, ali di silenzio 1

 

Ali (s)velate, ali di silenzio 2

 

Ali (s)velate, ali di silenzio 3

 

Ali (s)velate, ali di silenzio 4

 

Ali (s)velate, Ali di Silenzio

Le immagini sono prive di suono, ma questo non significa che il loro silenzio non sia in realtà una “voce” che ci parla: a volte è un silenzio così “fragoroso” da obbligarci a vedere… in noi stessi, e non soltanto a guardare l’esteriorità, la bellezza formale, di un dipinto o di una fotografia.

Le immagini tracciano silenziosamente dei sentieri dentro di noi, ci indicano gli orizzonti.

Ci sono molti tipi di violenza: i più sottili, i più crudeli, forse, sono quelli che non lasciano il segno nel fisico, ma ti si imprimono nell’anima, crescendoti addosso come un vestito troppo stretto o come i rampicanti sugli alberi… e possono ucciderti ogni giorno, per tutta la vita.

Le Ali (s)velate parlano di silenzio e di assenza: dicono di una bambina che ha perso le sue scarpine, è andata, chissà dove e chissà quando, o forse sono le scarpine ad aver perso quella bambina, che ora probabilmente cammina nella vita con i piedini e l’anima nudi.

Noi non sappiamo e potremmo non sapere mai…questo è il silenzio vero, quello delle persone “andate via” e di cui non possiamo avere notizia: non sappiamo se torneranno, spesso nemmeno ci accorgiamo che sono andate via, perché a volte rimangono lì, accanto a noi…si può andare molto lontano anche senza muovere un passo.

Il Silenzio diventa un velo che copre il volto e non è detto che ce lo abbiano imposto: a volte è protezione estrema contro la paura di un volo a cui altri hanno negato le ali.

Ma noi possiamo scegliere e uscire dal silenzio che imprigiona le nostre ali, anche se abbiamo, se siamo, fragili piume.

Decidere ci può rendere liberi. Decidere ci può far volare.