Il Viale

Non ho foto per questo racconto (ogni tanto provo a scrivere anch’io, poi mi vergogno e non pubblico): ci sono foto impossibili, immagini che appartengono talmente al passato da non essere riproducibili.  Questa volta mi affido ai vostri occhi. Spero che le mie parole vi facciano vedere qualcosa. 🙂

Il Viale

La vita è ricordo, memoria: una casa dove ogni mattone, ogni stanza, è un incontro.

C’è chi incontra persone e non arriva a conoscerle mai davvero…Io ho incontrato anche luoghi ed essi mi hanno aiutata a ri-conoscermi mentre io conoscevo loro.

Uno di questi è un viale la cui lunghezza cambia ad ogni stagione della vita: interminabile, da subito, poi via via sempre più corto. Forse a contare i passi, chissà… potrebbe essere semplicemente una questione di piedi diventati più grandi, quindi più sicuri e veloci, o ancora, potrebbe trattarsi di uno scherzo, un inganno dello sguardo: gli occhi delle persone mutano, col tempo, si soffermano più su alcune cose che su altre, di solito su ciò che è nuovo, perché è difficile guardare ogni giorno con occhi diversi, con gli occhi speciali di ogni prima volta, quello che è lì da sempre, difficilissimo soprattutto guardarlo come se fosse ancora nuovo, come se avesse conservato la sua essenza di ignoto e meraviglia.

Ma comunque le proporzioni non sono determinanti, dipendono dall’unità di misura che abbiamo dentro (e l’anima spesso numera molto a modo suo): quel che conta davvero, il reale della realtà, quello su cui nessuno può discutere oggi così come tanti anni fa (sembra esserci sempre stata, questa striscia di asfalto) è che il viale inizia con una discesa e termina in uno spicchio di piazza davanti al cimitero.

Un grande cancello con due più piccoli ai lati, delle semplici sbarre a frapporsi tra due mondi: da una parte l’eternità a guardare in faccia l’effimera quotidianità di un illusorio reale, dall’altra quest’ultimo che osserva sforzandosi a dimenticare… o a ricordare.

Ci sono stati anni in cui quel piazzale risuonava di piedi in corsa, risate, campanelli di biciclette, pattini con rotelle di plastica che gracchiavano sull’asfalto, rosicchiate com’erano dal gioco.

A pensarci adesso, un grande contrasto, con l’immenso silenzio al di là delle sbarre. Nell’eterno è il movimento, che manca, il tempo scorre nel piccolo e sparisce nel grande, come un fiume carsico che prosegue la sua corsa al di sotto della terra ma che purtroppo da qui non riemerge mai in superficie. Se non è percepito, nulla cresce, nulla ha bisogno di maturare e di essere colto: le radici e i frutti, se ci sono, esistono nell’invisibilità più totale agli occhi di chi resta.

Bisogna anche dire che oggi quello spicchio di piazza non vede più corse e non ascolta risate: quasi a inizio viale hanno costruito giardini per i più piccoli, attrezzati con altalene, giostre a pedali, castelli di legno e di corda.

Ora il mondo ti dice anche come giocare: con metodo, intelligenza… giochi precotti, preconfezionati (con tanto di scadenza, forse), giochi predigeriti, sicuramente.

Noi allora riuscivamo a giocare anche soltanto con la polvere del viale, le foglie cadute, le castagne… un vento interiore disperdeva e ricomponeva storie diverse ogni volta: eravamo in grado di porre domande al viale ma soprattutto eravamo ancora capaci di ascoltare le sue risposte. Non c’erano recinti: auto ne circolavano ben poche.

Oggi, nessun contrasto più con il sonno dei morti: i bambini vengono tenuti lontano dall’eternità, ci sono cose di cui il mondo non vuole sapere, perché il mondo teme di perdersi nelle domande che non hanno risposta. E poi, chi si metterebbe ormai a parlare con un pezzo di strada?

Del resto molti di quei piedini di allora a poco a poco sono passati al di là della soglia silenziosa: l’enorme lampadario sospeso ora oscilla anche per loro nel vento.

Un viale non è un viale, senza gli alberi, e qui da sempre abitano gli ippocastani, con innumerevoli famigliole di piccoli funghi alla base del tronco: il cielo diventava un’immensa volta frondosa, nella bella stagione, mentre in autunno era bello giocare a nascondino con le castagne e farle saltar via col piede dai “ricci” e portarle alla nonna che le mettesse in tasca contro i dolori; d’inverno il candore della neve abbracciava tutto e si adeguava per strana magia alle silenziose case dei morti sullo sfondo, quasi sempre bianche, come bianche sono anche le statue degli angeli; d’estate il viale ed i campi ai suoi lati ospitavano fragorose cicale, instancabili: altra stagione di contrasto, con il solito silenzio al di là dei cancelli.

Col passare degli anni anche gli ippocastani si sono diradati, come le persone che si riunivano a piccoli gruppi nelle sere d’estate, quando il tempo è più fresco e le lucciole discretamente illuminano le strade dei baci.

Gli alberi non hanno un riposo tutto per loro, non c’è eternità, né cancello: si trasformano in fuoco e dopo in calore, ma il ceppo e le radici rimangono a segnare l’asfalto.

Le panchine stavano su entrambi i lati, fra un albero e l’altro: prima semplici lastre di pietra, poi curve di cemento con incastonati mosaici di piastrelline quadrate e di vario colore, poi ancora lastre di pietra: mi hanno detto che sono quelle dell’antico selciato delle strade del paese.

Seduta, mi sembra di sentire risuonare sotto di me le migliaia di passi e le ruote dei carri che le hanno percorse. Se chiudo gli occhi e faccio attenzione, riesco a udire persino il suono delle gocce di pioggia che le hanno bagnate.

Nei prati che ora non ci sono più, lasciati come sono all’incuria, si coltivavano dalie e gladioli più qualche papavero intruso: alla domenica gli abitanti del paese dei vivi venivano ad acquistarli per rallegrare il paese dei morti.

La nonna comprava soprattutto le dalie, cinquanta lire, costavano poco, e per dare risalto al mazzetto aggiungeva il “trillino”, così lei chiamava la Gypsophila: io non capivo come si potesse portare al cimitero un fiore destinato al bouquet delle spose.

La superba vita colorata dei fiori andava a svanire e disseccarsi a mano a mano che l’acqua svaporava nei vasi.

È da allora che non amo dalie e gladioli: per me sono i “fiori dei morti”. Troppo silenziosi e tristi nella perfezione dei petali.

Intanto il viale diventava meno lungo per i piedi di una bambina che lo percorreva sempre più velocemente, ma l’accorciarsi della strada non c’entrava nulla col fatto che quei piedi posassero rapidi prima sul triciclo, poi sulla bicicletta o sui pattini o andassero correndo nei sandali nuovi o scivolassero svelti e orgogliosi nelle prime scarpe con un poco di tacco.

Non sono i piedi a crescere, non sono i passi a farsi più veloci e nemmeno le persone: è il loro sguardo che cresce, che diventa veloce e nello stesso tempo più lontano; non uno sguardo distante, semplicemente uno sguardo che vede più in lontananza.

Gli occhi abbracciano più spazi, più giorni: avvicinano orizzonti.

Solo il silenzio al di là del cancello, non muta.

Per noi il viale non ha inizio né fine: il viale “è”, una fine. Se tu puoi ancora guardarlo da qui mentre stai camminando, allora potresti dire che inizia con uno spicchio di piazza antistante il cimitero, si allunga diritto fra alberi ormai radi anche di foglie e termina con una salita impraticabile, per noi, che lo abbiamo percorso lentamente ad occhi chiusi senza nemmeno posare un piede per terra. Forse lo abbiamo sognato un’ultima volta, prima che ci deponessero qui, avvolti di fiori più vivi di noi ma ancora per poco.

Il grande lampadario nel vento è una mano che cancella i ricordi di cui è fatto ogni corpo per consegnarci all’eternità, ancora più puri che alla nostra nascita.

Le ragnatele annerite sul soffitto vorrebbero trattenere le memorie, ma non possono.

Ancorati ad un unico luogo, senza piedi per fuggire, senza più labbra per gridare la nostra solitudine, in mezzo a questa folla muta, noi viviamo un silenzio che è tale solo per essere un ascolto migliore…se mai giungessero qui i vostri pensieri di noi: solo quelli, abbiamo ancora, a dirci chi siamo stati e se siamo stati davvero.

La polvere è polvere ovunque e comunque, ma pure siamo riusciti, quando noi eravamo ancora come voi, a renderla diseguale, come quando era polvere viva. Ma la polvere resta polvere ovunque sia contenuta., tombe di famiglia o semplici tumuli nella terra. E quelle mani afferrano il vuoto e restano buie: non conoscono luce.

A dire il vero, abbiamo luci accese anche di giorno; luci che di notte ci fanno somigliare ad un altro paese, ma così distante da quello che abbiamo vissuto con i nostri occhi, che ora il viale ci sembra infinito.

Tuttavia non sono case, queste, non ci sono stanze da illuminare, noi dormiamo ormai un sonno senza sogni.

L’incubo è vostro. Appartiene a voi, quando camminate al di qua delle sbarre e il cuore palpita domande a cui nessuno risponde se non il nostro silenzio che immobile non muta.

Dove sono le voci dei bambini? Nessuno corre più sullo spicchio di piazza davanti ai cancelli.

Non ci sono biciclette, non ci sono parole, anche i baci delle sere d’estate sono finiti da qualche altra parte.

Quanto rumore c’è, nei vostri silenzi.

E quanto silenzio avete, nei vostri passi.

“Se la bellezza perde vaghezza” Händel

Un altro splendido regalo d’oltreoceano da parte di Daniel che ha utilizzato le foto da me scattate nel Parco della Villa Durazzo Pallavicini.

Io ne approfitto per scrivere alcuni pensieri sull’argomento ( me ne dà il “diritto”  il tempo ormai trascorso sulla bellezza che non ho mai avuto o che forse in me non ho mai visto…non so). Mi piace, approvo, la scelta delle foto per accompagnare, illustrare, questo brano di Händel magistralmente interpretato dalla magnifica voce di Sara Mingardi (rara voce di contralto).

La Bellezza, il mondo ce ne propone una visione distorta, ce ne detta canoni modaioli, che cambiano a seconda delle epoche…ma questa non è che la bellezza esteriore, quella che davvero sì, finisce, sia per noi, sia per le cose di cui ci circondiamo (ah, quanto spesso mettiamo al primo posto l’inutile necessario superfluo!).

Io credo nella bellezza interiore, quella che non necessita di make up e che molto spesso è invisibile, se non poco considerata o derisa, dal momento che si accompagna ad una certa fragilità ( e il nostro mondo è fatto per vasi di ferro, non di vetro o porcellana).

L’anima, dicono, impiega molto tempo per manifestarsi all’esterno ma poi si rende visibile: è per questo che non sempre quella bellezza di cui parlo si trova nelle persone anziane, ma quando c’è irradia una luce tutto intorno, a cominciare dal loro sguardo. Perché è la bellezza non tanto della saggezza, quanto dell’armonia, della serenità e della pace.  Una bellezza… contagiosa. 🙂

Venendo alle statue nelle foto, hanno, ai miei occhi, la bellezza del tempo, una specie di Kintsugi  (ne potete trovare traccia e conferma nel blog di Chiara) che la Natura opera sempre e ovunque. A differenza di noi, la Natura riesce a trasformare in bellezza anche i segni del tempo.

Esiste un kintsugi dell’anima. Io lo sto cercando. Per rendere preziose anche le mie ferite.

Al cuore di una foglia

Usa quello che hai. Quello che vedi: chiedigli di mostrarti quello che non vedi, di insegnarti quello che sa del suo e del tuo cuore. Usa la luce che trovi: è un fiume inesauribile, impara a distinguerla quando è ancora un sottile filo dorato. Cerca le ombre: anche quelle che ti si allungano dentro come strade oscure.

Usa tutto quello che hai. Va bene anche il Dolore.

Usa tutto. Tutto quanto. E cerca te stesso. In ogni cosa. Ma soprattutto in te. E quando hai trovato tutto questo, lascialo andare.

E restituisci.

Leaf heart

 

Leaf heart

 

Leaf heart

 

Leaf heart

 

Leaf heart

 

Non visibili voli

Invisibili voli

Colmo di voci il mio silenzio vive,
nei ricordi muti degli occhi:
fragili voci, tremule di tempo,
piume del mio respiro,
in questa gabbia – intreccio
di voli non visibili.

Voci senza parole,
come il ceppo dell’olmo sulla strada:
ogni giorno mi parla con lo specchio
delle sue radici
che la terra nasconde
a gente d’asfalto e di rumori.

Riyueren

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

L'olmo

Una farfalla vola sempre

Doveva essere un post senza foto ma mentre stavo per scriverlo mi è venuta in mente l’immagine di questa farfalla, scattata nel 2013 e allora, eccola qua.

A butterfly always flies

Stasera voglio parlare dell’imperfezione e della sua bellezza. E ancora una volta del rispetto che l’imperfezione merita.

Io conservo nel cuore l’emozione di una foto che però solo i miei occhi hanno scattato.

Questa mattina, dal bus, ho visto una farfalla molto simile a questa qui sopra, solo che era una farfalla umana. Della mano sinistra aveva solo il palmo e attaccate a quel palmo c’erano solo le prime falangi delle dita.

Era vestito molto semplicemente, non alto, non giovanissimo, decisamente robusto, appoggiato al muretto della fermata.Non è salito, forse si stava solo riposando un poco: vicino aveva uno di quei carrellini con i volantini da distribuire, stracarico.

Le persone scendevano e salivano dal bus, nessuno lo ha visto ( soltanto io, che ormai sono abituata a non essere vista mentre osservo ogni minima cosa, da quanto i miei occhi devono anche ascoltare e senza dare disturbo) non l’hanno visto perché nessuno lo guardava ( incredibile quanto non riesca a vedere, la gente) ma ugualmente lui ha subito messo la mano dietro la schiena guardandosi attorno rapidamente per accertarsi che nessuno lo avesse visto.

Mentre scrivo io lo vedo ancora, vedo quel suo modo di guardarsi attorno, certamente automatico, ormai, e quel suo nascondere rapido l’ “ala” smozzicata e mi chiedo se quella farfalla umana sa della sua bellezza e della possibilità di volare che hanno tutte le farfalle.

Perché ci sono molti modi di volare.

Così come ce ne sono molti di guardare e di fotografare.

Bisogna solo riuscire a trovare il nostro.

E tutto questo mi ha fatto ricordare un film, un cortometraggio visto in rete anni fa e dove, qua e là, si leggono frasi stupende come: “Il mondo ha bisogno di stupore”

 

 

Le ombre dei sogni

Dream shadows

Sopra il mio guscio il Tempo imprime solchi
così profondi che non ti so mostrare.
Non ho cornice d’alberi o di mani
per meglio offrirti un cielo di conchiglia.

I sogni che per te ho sognato
ti ho visto cancellarli a uno a uno:
senza guardare… e avevi gli occhi aperti.
Ma tutto è buio, per chi non sa vedere.

Riyueren

Dream shadows

Il Suq a Genova: i copriletti Kantha

Suq 2017 Genova Porto Antico

Era da diverso tempo che per un motivo o per l’altro non riuscivo ad andare all’appuntamento annuale con il Suq al Porto Antico. Ho rimediato oggi: avevo voglia di colori. E puntualmente sono stata accontentata. Penso di ritornarci con la reflex nei prossimi giorni, perché con la compatta non ho potuto cogliere al meglio tutte le cose che ho visto.

Stasera però mantengo la promessa che ho fatto oggi ai gentilissimi proprietari dello stand che più mi ha colpita, quello di Paraiso Impex: farvi vedere queste creazioni straordinarie.

Non conoscevo i copriletti Kanhta: coloratissimi, una vero patchwork di Bellezza.

Suq 2017 Genova Porto Antico

 

Suq 2017 Genova Porto Antico

 

Suq 2017 Genova Porto Antico

 

Suq 2017 Genova Porto Antico

 

Suq 2017 Genova Porto Antico

 

Suq 2017 Genova Porto Antico

Orizzonti

Villa Durazzo Pallavicini: Notturno nel Castello del Capitano

Fra lucciole e stelle
la Notte mi confonde:
non distinguo più il Cielo dalla Terra.
Io so soltanto di essere Orizzonte.

Riyueren

Villa Durazzo Pallavicini: Notturno nel Castello del Capitano

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze (Coffee House)

Sempre più spesso mi capita che le parole nascano dopo la foto: non sono mai una didascalia, bensì un’emozione complementare; non descrivono, aggiungono, completano, definiscono gli argini oltre i quali l’immagine trabocca di orizzonti sempre e comunque.

Questa è una di quelle sempre più rare volte in cui accade il contrario: da un orizzonte di parole ad un altro ( in queste foto ho ritrovato l’eco visibile di un’emozione notturna).

 

 

In Villa Durazzo Pallavicini: Presenze n°2

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze

Solo poche righe e alla fine del post.  Le “presenze” hanno solo bisogno di sguardi che siano abbracci e carezze. Hanno bisogno non di parole, perché si fanno troppi discorsi, oggi, nel mondo: le “presenze” hanno bisogno di silenzio e di ascolto.

E l’amore è tutto questo: sguardo, silenzio e ascolto.

E chi l’ha detto che tutto questo non sia anche parola? ci sono parole senza suono ma con tanto cuore .

Ps. Le foto sopra sono state scattate agli esterni della Coffee House in Villa. Vi segnalo qui le ultime iniziative.

18 giugno ore 10: i significati esoterico-massonici del parco

 

Aperitivo in Paradiso: 25 giugno ore 19:15

 

Villa Durazzo Pallavicini: Presenze