Una foto a parole

Ci sono immagini che non diventano fotografie ma restano sguardi: le conservi all’interno di te, al di qua degli occhi. Vorresti condividerle, ma non sai come: è a questo punto che ti affidi alle parole come se queste fossero una fotocamera.

Lunedì mattina presto il vento era freddo e forte, ma non riusciva a spazzare via tutto il buio: solo un triangolo di cielo, ad est, fra le case lunghe e strette di Sottoripa, cominciava a schiarire. Piazza Caricamento era ancora in penombra, aperta, deserta e grigia. La giostra silenziosa e tutta chiusa con i cavalli prigionieri dei vetri, volavano sacchetti di plastica e colombi.

Una donna sola attraversa la piazza. Corre. Vestita di nero, al collo una sciarpa a differenti zone di rosso da cui sfugge una treccina sottile. Un berretto grigio, gli occhiali da sole anche se il sole deve ancora spuntare, una fotocamera in borsa.

E quella donna sei tu e all’improvviso ti vedi come da un’incredibile distanza, dall’alto. Osservi la tua solitudine e in quel preciso momento non ti senti più sola, circondata come sei dal silenzio e abbracciata dal vento.

Impossibile un selfie da così distante e dall’alto.

Però una vecchia foto può contribuire a dare l’idea, rendere una sensazione, creare un varco nello sguardo di chi legge. E comunque, le parole sono foto nascoste.

 

Munoz "Double Bind & Around" Hangar Bicocca

Abito il Silenzio…

Lago del Segrino

Abito il Silenzio che mi abita.
Scelgo il Silenzio che mi ha scelta.
Indosso il suo abito sulle mie labbra
e l’abitudine alla sete frusciante
che le riveste insieme al mio respiro.

Muta, nella pienezza del Vuoto.
Completa, nella solitudine
della presenza silenziosa di me stessa.

Contemplo i riflessi dei silenzi lontani
Comprendo la necessità dei loro occhi:
il bisogno inespresso, perché inesprimibile,
di vivere nello sguardo amorevole
che vince sul Tempo,
la fine delle cose
che si annida
come un serpente
nella bocca chiusa.

E non ci sono parole necessarie:
i confini traboccano di nomi superflui
e superbi: potrebbero turbare l’orizzonte.

Fra i miei denti serrati, c’è spazio solo per la luce:
l’unico nome senza suono, caldo di ombre
dove il Silenzio crepita come la fiamma di un profumo.

Il Silenzio che ascolto e che mi ascolta.
Il Silenzio che accolgo e che mi accoglie.

Le sue mani modellano il mio sguardo.

Riyueren

Lago del Segrino

Potrei dire che c’è una solitudine che amo, ma se uso il termine “solitudine” chi legge, o ascolta, può pensare ad un qualcosa di negativo, uno stato del mio essere che esclude tutto quanto il resto: non è così.

Solitudine, per me, è tutto ciò che avviene silenziosamente, senza rumore, tra il mio sguardo e le cose che vedo. Solitudine non significa che io mi senta sola o desideri esserlo.

Solitudine è Silenzio,  l’inespresso perché inesprimibile: i nostri poveri modi, strumenti, umani saranno sempre insufficienti.

Forse, e dico “forse” perché in fondo non ne sono sicura del tutto, le foto del Lago del Segrino mi aiuteranno a farmi capire.

Io, le cose, noi tutti, abbiamo bisogno di uno sguardo amorevole, non di suoni, non di parole, non di nomi…c’è necessità di uno sguardo luminoso e chiaro.

Uno sguardo che renda visibile sia il mondo sia se stesso.

Lago del Segrino

 

Lago del Segrino