La tua presenza assente

Dreaming

La tua presenza assente
e quel silenzio nelle tue parole,
e quel tuo sguardo
che non mi ha mai vista…
pungono la mia vita, fanno male
ma non sono spine:
mi cadono nel cuore come semi.

Bagno con il dolore questa terra,
dove a passi di lacrima cammino,
giardino invisibile e segreto.
Negli occhi mi germoglia la Bellezza
che tu non sai vedere:
anche i tuoi sogni neghi,
solo perché ti svegli e non ricordi.

Riyueren

Dreamy water

 

Dreamy water

 

Dreamy water

 

Dream

 

Fly a dream

Notturno ad Avalon

Tanti anni fa, credo nel 2005, c’era un fiocco di neve…

Alle pendici dell'alba 2

 

“In questa notte che io danzo nel vento, mi abita il cielo.

Tra le mani degli alberi il mio volo è leggero. Da dove vengo? Da quale terra mai è sbocciato il mio cuore di neve?

Parole – cristallo cadono in me, mentre anch’io cado e non so ancora dove poseranno i miei sogni.

Dall’oscuro mare dell’Origine nebbie grigie mi hanno cullato, immemore anche di me stesso, sino alle onde chiare del Tempo… poi la spirale del vento mi ha avvolto di canti notturni e, mentre danzo su Avalon, occhio umano non vede la mia piccola, candida quiete.

Tra le braccia degli alberi il mio cuore è sicuro anche nelle sue incertezze infinite.

Dove sto andando? Dove poserò il mio riposo?

Parole – oceano dormono in me, mentre io sogno e ancora non so su quale riva di terra mi desterò dal mio sonno di neve.

Nella notte sacra che respiro nel vento, abito il cielo… io, che mai ho avuto una casa, neppure in ricordo. Sfioro il silenzio ghiacciato del ruscello nel mio silenzio di neve…i l vento mi offre ancora una danza, un ultimo abbraccio al bosco di Avalon.

Il mio cuore parla al cuore della Terra. Chi potrà mai far tacere il suo canto di neve ai piedi degli alberi?

Com’è dolce essere un sogno nel Sogno, un battito d’ali nel Volo!

Io, goccia d’anima in fiocco di neve, alle radici dissolvo il mio cuore nel canto, e cado… dove sono cadute le foglie danzando l’Autunno, nell’amore della Terra, io cado.

Tra le mie braccia, al sicuro, riposano i semi, e sognano, i fiori di Avalon. Occhi di lucciole e stelle, nelle notti d’estate.”

 

Una vecchia stampa

Ancient print

Riordinando in casa ho trovato questa vecchia stampa. Ci sono parole che vorrei dire e nello stesso tempo tenere in silenzio dentro me, ma le emozioni è meglio esprimerle o almeno cercare di farlo. Ci provo.

Non era mia: la sua proprietaria me l’ha data invece di buttarla via, sapendo che a me piaceva. Ha invece gettato via la nostra amicizia che durava da quando eravamo bambine, ma questa è un’altra cosa, un’altra emozione ancora: il suo posto non è qui.

Mi ha sempre colpito la dolcezza di questo disegno, una dolcezza che mi rendo conto ha a che fare specialmente con la luce: mi basta guardarlo per sentirmi in pace. Probabilmente, al di là dell’iconografia cattolica, qui dentro c’è “qualcosa” che mette ordine nel mio sguardo.

L’ho spolverata (è un po’ malridotta sul retro) e l’ho fotografata velocemente, quasi vergognandomi (mi sembrava di mancare di rispetto) con la compattina (questo spiega l’eccessiva grana, la poca finezza della tramatura del file).

Penso che chi ha raffigurato questa scena abbia cercato di esprimere un’idea, un’emozione, soprattutto.

So di avere uno strano senso del sacro: è più facile che io entri in una chiesa ( non solo cattolica) quando è deserta; è più facile che io preghi ( a modo mio, un po’ come con le foto) in mezzo alla natura, sempre per ringraziare, mai per chiedere; è ancora più facile che io invece di pregare mi metta a fare foto o a scrivere o a cantare (quest’ultima cosa quando davvero sono nei boschi a fare foto e non c’è nessuno) ma per me non fa differenza, io prego così, nei modi che conosco meglio.

Ho il senso del sacro nell’al di qua, perché sull’al di là non mi pronuncio: non possiedo verità alcuna, cerco sempre. C’è più divino in un filo d’erba che si piega nel vento che in certe chiese sfarzose.

Basta.

Ho tenuto queste foto per me, per le cose che ho scritto qui e per altre che non mi sento di scrivere ancora e probabilmente mai scriverò.

Chi mi conosce bene sa che difficilmente scrivo di quello che avviene nel mondo, ma questo non significa che a me non importi: semplicemente ritengo che ci siano altri molto migliori di me a scriverne e a parlarne.

Pubblicare queste foto stasera, per me significa dire addio, dolcemente, ad un piccolo bimbo che è un angelo da quando è venuto in questo mondo: non ha potuto vederlo, non potrà camminarci sopra, e sicuramente non avrebbe mai potuto correre e saltare come abbiamo fatto noi.

Spero che Mir sappia cosa fare quando arriverai, Charlie. ❤

Ancient print

 

Ancient print

C’è (un silenzio)

Broken Strings

C’è un silenzio tutto per me, soltanto mio. Un silenzio che vorrei condividere, sebbene io sappia che molti di noi arrivano a comprendere certe emozioni solo quando le vivono loro stessi. E certo non auguro a nessuno di vivere queste mie.

Come posso condividere il mio silenzio? lo farò attraverso le parole e qualche immagine. Intanto le immagini sono silenziose già di per se stesse: quanto alle parole, quando sono scritte, risuonano in noi con la voce dei nostri pensieri che credo poi sia la nostra vera voce.

Oh, quante volte misuriamo il mondo secondo il nostro metro personale!

Anni fa nemmeno mi ero accorta di questo mio silenzio (di cui farei davvero molto volentieri a meno).

Poi un giorno, camminando nei boschi con altre persone, qualcuno disse: ” Ma sentite un po’ quanto cantano questi uccellini!”. Accorgersi improvvisamente così di essere diventata sorda per i toni acuti non fu certo una piacevole sorpresa. Non avevo capito che quel silenzio non era normale, mi ci ero semplicemente abituata, c’ero scivolata dentro sicuramente già da qualche anno senza rendermene conto.

Posso dire che questo silenzio è assordante, da tanto è immenso?

Quando sono da sola la cosa non mi pesa, ovviamente. Come può pesarti ciò di cui non ti accorgi nemmeno? Ma accade questo, che proprio le persone che sanno del mio problema, puntualmente se ne escono con frasi del tipo: “Oggi i merli qui sotto casa cantavano che era un piacere” “Ma hai sentito che fracasso fanno tutte queste cicale?” Se soltanto capissero quanto mi costa rispondere: “No, io non sento nulla, mi dispiace.” (che poi dovrei smetterla di scusarmi per un qualcosa che causa problemi solo a me, tra l’altro). Dentro, in realtà, piango e vorrei urlare, persino, ma evidentemente queste persone sono sorde, anche se in un modo diverso dal mio.

L’ultimo canto di uccelli che mi è rimasto è quello delle tortore, che tutti odiano, a quanto pare, ma che per me è una specie di benedizione. Tutti gli altri li ho persi con il passare del tempo: prima gli uccellini, poi le rondini,  da un po’ di tempo anche i gabbiani…

I suoni che ho perso li ritrovo frugando nella memoria, ma per i merli, ad esempio, la mia memoria non ha nessun archivio: persi, dissolti, andati, non li ricordo, quindi non li sentirò mai più, nemmeno nel pensiero.

Ho cominciato ad avere problemi nel 1994.

Nel 2007 mi ero accorta che se mi alzavo alle 4 o alle 5 del mattino, e mi affacciavo dalla finestra sul boschetto (dove poi avrei incontrato il piccolo Mir) nel silenzio circostante riuscivo ancora ad ascoltare il canto di un uccellino (chissà chi era) prima che il sole sorgesse. Ora quel suono fa parte ormai dei ricordi.

E quel ricordo me ne porta altri, di quando bambina, in estate, dai nonni, l’albero di amarene (che era un suono già tutto quel bel rosso dei frutti) era pieno di uccellini che mi svegliavano con il loro canto festoso.

Anch’io saluto sempre il sorgere del nuovo giorno: lo faccio in silenzio oppure a volte canto, perché se anche ho perso i canti altrui, il mio l’ho conservato, almeno per ora.

E comunque credo che certi suoni non li perderò mai: quelli che ho dentro. L’anima delle cose avrà sempre una voce, per me. Suoni di luci e di ombre. Ma sempre suoni.

Nuvole

 

Nuvole

 

Nuvole

 

Voli e nuvole

Oel ngati kameie (Io ti vedo)

Oel ngati kameie (Io ti vedo)

Io ti vedo. Ti guardo, così come anche tu mi guardi. Tu esisti per me, io per te. Tu sei una foglia: anch’io lo sono. Lo divento mentre tu fotografi me, con la tua sola presenza, con il tuo esistere come foglia sulla mia strada. Io non ti calpesto. Non ti prendo. Non “compongo” la tua bellezza, la abbraccio così com’è. Io non ti porto via se non dentro di me. E sono sicura che dentro di te, da oggi, ci sarò anch’io. Ovunque tu andrai. Ovunque andrò io.

 Oel ngati kameie (Io ti vedo)

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Noi, come guardiamo? Siamo consapevoli che i nostri occhi “toccano” tutto quello su cui si posano?Vedere è anche un gesto. Guardare è una calligrafia: invisibile, ma lascia sempre un’orma. Anche in chi guarda.

Io tanto tempo fa, ancora ai tempi di Splinder, avevo “visto” Tommy. Questa è la sua storia, completa di foto, una delle mie prime, scattata il 14 ottobre 2008. E per un po’, sperando di non aver esaurito lo spazio disco, altrimenti dovrò toglierla, potete ascoltarla letta da me, in fondo al post.

Un incontro così

“Ciao! Io sono Tommy. A dire la verità sarei un peluche femmina. Avevo provato a dirlo, ai miei padroncini: non mi hanno mai ascoltata. Forse non conoscevano il linguaggio dei giocattoli: non sono molti, gli umani che lo comprendono.

Sono un cane, un cane femmina, un cane finto, lo so, ma dentro sono viva. E imbottita di sogni: per forza, stavo nella camera da letto!  Dovete sapere che quando la gente si sveglia al mattino, i sogni non è che … puff ! svaniscono. Macché, la gente si alza e loro vanno a dormire, si riposano, han lavorato tutta la notte : indovinate un po’ dove si sono infilati per stare al calduccio? Appunto, nella mia pelliccia. E’ che lì ci sono rimasti: qualcuno di loro mi ha detto (parlano anche i sogni, sapete?) che è meglio stare in un cane finto che in certe zucche.

Ora i padroncini sono cresciuti, io mi sono riempita di sogni (loro ne hanno sempre meno) ma anche di polvere: così sto qui, tra i bidoni della spazzatura, infilata in un sacchetto troppo corto. Sono qui che aspetto.

Vedete? Sono un cane femmina bravo: guardate come sto calma e tranquilla. Proprio non capisco perché non mi vogliono più.

Veramente, qualcuno che voleva adottarmi ci sarebbe stato: una lupa bianca che passava di qui con una macchina fotografica tra le zampe. L’unica persona che si è fermata a guardarmi, tutti gli altri tiravano via: devo essere proprio un cane brutto e sporco.

Lei è stata gentile, mi ha persino rivolto la parola per prima. “Ciao! – mi ha detto – Che cosa ci fai qui?” Così, visto che parlavamo la stessa lingua, mi sono fatta coraggio e le ho raccontato la mia storia. Di quando sono nata in quella vecchia fabbrica: già, io non ho avuto una vera mamma, come gli altri cani, quelli vivi. Però molte mani mi hanno accarezzato, lisciato, mi hanno attaccato un paio di occhi di metallo, molto belli, con le ciglia già disegnate.  Poi, insieme a tanti miei fratelli e sorelle, ci hanno messi nella pancia di un enorme camion, eh, ora lo so che si chiama così, pensavo fosse chissà quale drago … poi sono finita in una vetrina tutta piena di luci, sembrava di essere in un acquario, ma l’acqua non c’era e mancava anche l’aria. Poi, improvvisamente, mi hanno presa, impacchettata (non vedevo più niente), e, quando mi hanno liberato da tutti quei fiocchi e carta dorata, ero sotto ad un grande albero: più finto di me, a dire la verità.

In un attimo sono finita nella stanza dei miei padroncini: mi hanno strapazzata ben bene, in tutti questi anni.

Solo che ora, tutta piena di polvere e col pelo arruffato … i padroncini cresciuti …. Non servo più a niente. Non mi hanno neppure impacchettata, per gettarmi via. Lo vedi? Spunto per metà dal sacchetto. Aspetto, so che il drago, il camion, arriverà presto. Dove vanno, i giocattoli che nessuno vuole più? Qualcuno lo sa? Tu lo sai?

Ecco, ora ho fatto piangere quella lupa bianca e gentile. Mi porterebbe con lei, a casa sua, così ha detto, ma non può, non vive da sola: a malapena c’è posto per lei. “Ti faccio una foto, così ti porto sempre con me, è tutto quello che posso fare, poi ti metto in un posto da dove non ti caccerà mai nessuno: si chiama Innerland, è la mia tana. C’è tanto spazio, vedrai, starai bene e ci faremo compagnia “ E mi ha scattato delle foto. “Non devi avere paura, perché, in qualche modo, tu vieni con me”.

Così io aspetto. E non ho paura. Perché la mia anima di peluche andrà su Innerland, presto. Lì, mi ha detto la lupa, anche un cane finto può correre. E forse volare, persino.”

Riyueren

P.S. Sono tornata stamattina, nello stesso posto. Ma è passata una settimana. Ho trovato i bidoni della spazzatura pieni di altra roba. Tommy non c’è più. Al suo posto c’è un gran spazio vuoto. Pulito, perfino: ma molto vuoto. Però so che la mia Tommy è qui, non solo nella foto: è qui, da qualche parte, che corre su Innerland.

P.P.S  “ssss…zitti, sono Tommy. Sono qua, nascosta nel blu del template. Scommetto che qualcuno di voi si sta domandando che fine ha fatto l’imbottitura di sogni. Beh, non andateglielo a dire, alla lupa: quando si è voltata per andare via, gliel’ho soffiati tutti sulla pelliccia. Ora li ha lei: sapete, penso  proprio che ne farà buon uso.”

 

Il Viale

Non ho foto per questo racconto (ogni tanto provo a scrivere anch’io, poi mi vergogno e non pubblico): ci sono foto impossibili, immagini che appartengono talmente al passato da non essere riproducibili.  Questa volta mi affido ai vostri occhi. Spero che le mie parole vi facciano vedere qualcosa. 🙂

Il Viale

La vita è ricordo, memoria: una casa dove ogni mattone, ogni stanza, è un incontro.

C’è chi incontra persone e non arriva a conoscerle mai davvero…Io ho incontrato anche luoghi ed essi mi hanno aiutata a ri-conoscermi mentre io conoscevo loro.

Uno di questi è un viale la cui lunghezza cambia ad ogni stagione della vita: interminabile, da subito, poi via via sempre più corto. Forse a contare i passi, chissà… potrebbe essere semplicemente una questione di piedi diventati più grandi, quindi più sicuri e veloci, o ancora, potrebbe trattarsi di uno scherzo, un inganno dello sguardo: gli occhi delle persone mutano, col tempo, si soffermano più su alcune cose che su altre, di solito su ciò che è nuovo, perché è difficile guardare ogni giorno con occhi diversi, con gli occhi speciali di ogni prima volta, quello che è lì da sempre, difficilissimo soprattutto guardarlo come se fosse ancora nuovo, come se avesse conservato la sua essenza di ignoto e meraviglia.

Ma comunque le proporzioni non sono determinanti, dipendono dall’unità di misura che abbiamo dentro (e l’anima spesso numera molto a modo suo): quel che conta davvero, il reale della realtà, quello su cui nessuno può discutere oggi così come tanti anni fa (sembra esserci sempre stata, questa striscia di asfalto) è che il viale inizia con una discesa e termina in uno spicchio di piazza davanti al cimitero.

Un grande cancello con due più piccoli ai lati, delle semplici sbarre a frapporsi tra due mondi: da una parte l’eternità a guardare in faccia l’effimera quotidianità di un illusorio reale, dall’altra quest’ultimo che osserva sforzandosi a dimenticare… o a ricordare.

Ci sono stati anni in cui quel piazzale risuonava di piedi in corsa, risate, campanelli di biciclette, pattini con rotelle di plastica che gracchiavano sull’asfalto, rosicchiate com’erano dal gioco.

A pensarci adesso, un grande contrasto, con l’immenso silenzio al di là delle sbarre. Nell’eterno è il movimento, che manca, il tempo scorre nel piccolo e sparisce nel grande, come un fiume carsico che prosegue la sua corsa al di sotto della terra ma che purtroppo da qui non riemerge mai in superficie. Se non è percepito, nulla cresce, nulla ha bisogno di maturare e di essere colto: le radici e i frutti, se ci sono, esistono nell’invisibilità più totale agli occhi di chi resta.

Bisogna anche dire che oggi quello spicchio di piazza non vede più corse e non ascolta risate: quasi a inizio viale hanno costruito giardini per i più piccoli, attrezzati con altalene, giostre a pedali, castelli di legno e di corda.

Ora il mondo ti dice anche come giocare: con metodo, intelligenza… giochi precotti, preconfezionati (con tanto di scadenza, forse), giochi predigeriti, sicuramente.

Noi allora riuscivamo a giocare anche soltanto con la polvere del viale, le foglie cadute, le castagne… un vento interiore disperdeva e ricomponeva storie diverse ogni volta: eravamo in grado di porre domande al viale ma soprattutto eravamo ancora capaci di ascoltare le sue risposte. Non c’erano recinti: auto ne circolavano ben poche.

Oggi, nessun contrasto più con il sonno dei morti: i bambini vengono tenuti lontano dall’eternità, ci sono cose di cui il mondo non vuole sapere, perché il mondo teme di perdersi nelle domande che non hanno risposta. E poi, chi si metterebbe ormai a parlare con un pezzo di strada?

Del resto molti di quei piedini di allora a poco a poco sono passati al di là della soglia silenziosa: l’enorme lampadario sospeso ora oscilla anche per loro nel vento.

Un viale non è un viale, senza gli alberi, e qui da sempre abitano gli ippocastani, con innumerevoli famigliole di piccoli funghi alla base del tronco: il cielo diventava un’immensa volta frondosa, nella bella stagione, mentre in autunno era bello giocare a nascondino con le castagne e farle saltar via col piede dai “ricci” e portarle alla nonna che le mettesse in tasca contro i dolori; d’inverno il candore della neve abbracciava tutto e si adeguava per strana magia alle silenziose case dei morti sullo sfondo, quasi sempre bianche, come bianche sono anche le statue degli angeli; d’estate il viale ed i campi ai suoi lati ospitavano fragorose cicale, instancabili: altra stagione di contrasto, con il solito silenzio al di là dei cancelli.

Col passare degli anni anche gli ippocastani si sono diradati, come le persone che si riunivano a piccoli gruppi nelle sere d’estate, quando il tempo è più fresco e le lucciole discretamente illuminano le strade dei baci.

Gli alberi non hanno un riposo tutto per loro, non c’è eternità, né cancello: si trasformano in fuoco e dopo in calore, ma il ceppo e le radici rimangono a segnare l’asfalto.

Le panchine stavano su entrambi i lati, fra un albero e l’altro: prima semplici lastre di pietra, poi curve di cemento con incastonati mosaici di piastrelline quadrate e di vario colore, poi ancora lastre di pietra: mi hanno detto che sono quelle dell’antico selciato delle strade del paese.

Seduta, mi sembra di sentire risuonare sotto di me le migliaia di passi e le ruote dei carri che le hanno percorse. Se chiudo gli occhi e faccio attenzione, riesco a udire persino il suono delle gocce di pioggia che le hanno bagnate.

Nei prati che ora non ci sono più, lasciati come sono all’incuria, si coltivavano dalie e gladioli più qualche papavero intruso: alla domenica gli abitanti del paese dei vivi venivano ad acquistarli per rallegrare il paese dei morti.

La nonna comprava soprattutto le dalie, cinquanta lire, costavano poco, e per dare risalto al mazzetto aggiungeva il “trillino”, così lei chiamava la Gypsophila: io non capivo come si potesse portare al cimitero un fiore destinato al bouquet delle spose.

La superba vita colorata dei fiori andava a svanire e disseccarsi a mano a mano che l’acqua svaporava nei vasi.

È da allora che non amo dalie e gladioli: per me sono i “fiori dei morti”. Troppo silenziosi e tristi nella perfezione dei petali.

Intanto il viale diventava meno lungo per i piedi di una bambina che lo percorreva sempre più velocemente, ma l’accorciarsi della strada non c’entrava nulla col fatto che quei piedi posassero rapidi prima sul triciclo, poi sulla bicicletta o sui pattini o andassero correndo nei sandali nuovi o scivolassero svelti e orgogliosi nelle prime scarpe con un poco di tacco.

Non sono i piedi a crescere, non sono i passi a farsi più veloci e nemmeno le persone: è il loro sguardo che cresce, che diventa veloce e nello stesso tempo più lontano; non uno sguardo distante, semplicemente uno sguardo che vede più in lontananza.

Gli occhi abbracciano più spazi, più giorni: avvicinano orizzonti.

Solo il silenzio al di là del cancello, non muta.

Per noi il viale non ha inizio né fine: il viale “è”, una fine. Se tu puoi ancora guardarlo da qui mentre stai camminando, allora potresti dire che inizia con uno spicchio di piazza antistante il cimitero, si allunga diritto fra alberi ormai radi anche di foglie e termina con una salita impraticabile, per noi, che lo abbiamo percorso lentamente ad occhi chiusi senza nemmeno posare un piede per terra. Forse lo abbiamo sognato un’ultima volta, prima che ci deponessero qui, avvolti di fiori più vivi di noi ma ancora per poco.

Il grande lampadario nel vento è una mano che cancella i ricordi di cui è fatto ogni corpo per consegnarci all’eternità, ancora più puri che alla nostra nascita.

Le ragnatele annerite sul soffitto vorrebbero trattenere le memorie, ma non possono.

Ancorati ad un unico luogo, senza piedi per fuggire, senza più labbra per gridare la nostra solitudine, in mezzo a questa folla muta, noi viviamo un silenzio che è tale solo per essere un ascolto migliore…se mai giungessero qui i vostri pensieri di noi: solo quelli, abbiamo ancora, a dirci chi siamo stati e se siamo stati davvero.

La polvere è polvere ovunque e comunque, ma pure siamo riusciti, quando noi eravamo ancora come voi, a renderla diseguale, come quando era polvere viva. Ma la polvere resta polvere ovunque sia contenuta., tombe di famiglia o semplici tumuli nella terra. E quelle mani afferrano il vuoto e restano buie: non conoscono luce.

A dire il vero, abbiamo luci accese anche di giorno; luci che di notte ci fanno somigliare ad un altro paese, ma così distante da quello che abbiamo vissuto con i nostri occhi, che ora il viale ci sembra infinito.

Tuttavia non sono case, queste, non ci sono stanze da illuminare, noi dormiamo ormai un sonno senza sogni.

L’incubo è vostro. Appartiene a voi, quando camminate al di qua delle sbarre e il cuore palpita domande a cui nessuno risponde se non il nostro silenzio che immobile non muta.

Dove sono le voci dei bambini? Nessuno corre più sullo spicchio di piazza davanti ai cancelli.

Non ci sono biciclette, non ci sono parole, anche i baci delle sere d’estate sono finiti da qualche altra parte.

Quanto rumore c’è, nei vostri silenzi.

E quanto silenzio avete, nei vostri passi.

Non visibili voli

Invisibili voli

Colmo di voci il mio silenzio vive,
nei ricordi muti degli occhi:
fragili voci, tremule di tempo,
piume del mio respiro,
in questa gabbia – intreccio
di voli non visibili.

Voci senza parole,
come il ceppo dell’olmo sulla strada:
ogni giorno mi parla con lo specchio
delle sue radici
che la terra nasconde
a gente d’asfalto e di rumori.

Riyueren

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

L'olmo

Memories

La storia (incompiuta) di Mela

Memories

Mela, tu mi guardi dallo specchio. Accenni un sorriso. Poi vedo i tuoi occhi diventare domande. Ogni giorno, ogni sera.

E di notte mi vieni nei sogni, mi cerchi. Domandi.

Troverò le risposte.

Vorrei vederti ridere, Mela.

Memories

Introduzione n°1

“Le tue parole sulle mie labbra

sono gocce di sangue innamorato.”

Mela, Melina, Melanna… con quanti nomi hanno chiamato questa bambina selvaggia? per dirle che era ora di alzarsi, di mangiare, di studiare… di andare a dormire… ma non di sognare, questo no.

Ci sono parole che nelle case non entrano: le porte degli occhi sono sbarrate.

Melanna, Melina, Mela… c’è come un sapore, nei nomi., qualcosa che in bocca sparisce, e diventa un silenzio.

Non si può dire con certezza, bisognerebbe chiedere a persone che non camminano più tra di noi.

Ci sono donne antiche, all’interno di ogni bambina. Sono donne anziane, ma non sempre…a volte sono altre bambine, subito spezzate, ma chissà a quali memorie appartengono, a quali luoghi del Tempo.

E quando ci chiamano con troppi nomi, allora il compito è quello di andare in cerca del nostro nome vero: c’è un’unica parola che può essere per noi insieme confine e orizzonte: tutti gli altri nomi, tutte le altre parole… sono gabbie.

Il primo passo è anche il primo respiro.

Non c’è consapevolezza, non subito.

È per quello che si sbaglia strada molte volte. Si perde tempo a tornare indietro. A ricominciare. Ricostruire percorsi. Segnare mappe. Posti da evitare, sguardi, persone.

Ai primi passi si cerca sempre uno specchio.

E gli specchi non sono infrangibili. Non certo quelli dell’anima.

Molto spesso ci si ritrova davanti a frammenti minutissimi.

Il cammino si ferma. I passi della bambina si arrestano: persino il respiro è come sospeso.

Ricomporre. Sperando che non restino segni evidenti, oltre ai sogni.

La bambina selvaggia è amica del sole.

Si catturano insieme dal cielo alla terra.

Questione di sguardi. Di occhi.

 Memories

Introduzione n°2

Chi sei, Mela? un nome arrotolato in cima a uno stelo sottile. Ma quando sbocci? Quando ti apri? Hai profumo per me?

Il vento sussurra domande. Le risposte, se mai ci saranno, sono nascoste tra le foglie. Il vento ha fretta. Si allontana.

Non ha ancora una voce, Mela. E nemmeno una bocca.

Esiste una foto, ora sparita, divorata da qualche cassetto.

Mela è lì, ma è solo presenza. Non si vede nulla, solo una pancia un po’ più rotonda. E una bocca imbronciata, che non voleva una foto.

E nemmeno Mela.

Del resto la stessa Mela non aveva chiesto nulla. A nessuno.

Da dove arrivano le bambine selvagge che nessuno desidera?

E dove vanno, le bambine che nessuno desidera?

Quella foto smarrita è una strada. E Mela ci sta sopra…mentre altri camminano per lei. Inciampano al suo posto… ma anche Mela cade.

 Memories

Introduzione n°3

Una strada. L’unica possibile? Mela ancora non conosce i crocicchi, i crocevia dei sogni.

Sono quelli dove si arriva, e non c’è un cammino soltanto, ma molti.

Sono quei luoghi possibili in cui alla fine ritorni, per piantare una croce e riprendere il sentiero in una direzione diversa.

Altri passi. Altri frammenti.

Un’altra croce. Di cui non ricorderai il peso. Pronta a caricartene una nuova sull’anima.

Mela e i suoi grandi occhi spalancati di giorno e di notte: troppe cose da vedere. Troppe, per capire fino in fondo le cose che sono.

E le persone. E le parole delle persone.

Memories

1

Mela è tutta bianca e pulita: non la distingui dalle lenzuola. Solo un ciuffo di capelli neri fa la spia sul copriletto, bianco anche quello.

Non turbate l’ordine di questa casa: ci sono regole non scritte.

E Mela è il caos, una piccola stella danzante.

A guardarla bene, forse è più bianca delle lenzuola.

Il cielo? sicuramente sta da un’altra parte.

Mela è una stella senza cielo.

2

Hanno contato le dita dei piedi e delle mani di Mela: ci sono tutti, poi se i due mignoli sono un po’ curvi verso l’interno del palmo… la cosa non ha nessuna importanza.

Proprio nessuna.

Hanno controllato bene il “fuori”. L’involucro esterno.

Nessuno guarda “dentro”.

Perché nessuno sa o ha voglia di guardare dentro alle cose… figuriamoci dentro alle persone.

Una neonata, poi. Che non è ancora persona.

3

Tutti hanno una famiglia. Tutti sono stati al calduccio in qualche pancia. Ma non tutti hanno ascoltato lacrime.

Mela sì, e non le è piaciuto per niente.

Mentre tutti si domandano come mai Mela non chiude gli occhi e non dorme… lei chiede senza parole. E senza parole risponde.

… perché non mangia, non vuole il latte dal seno.

L’anima di Mela ha fame e sete… ma non ha la bocca.

4

Quante persone possono formare una famiglia?

Quante famiglie possono stare nello stesso appartamento?

Nessuno comanda. Tutti vogliono comandare.

Tutti gridano. Chi parla più forte… vince.

Mela mangia la pastasciutta nella casseruola di terra con il nonno.

Poi vola al lavandino e si fa cadere in testa le pentole.

Sotto alla frangetta spuntano i bernoccoli.

Presto! accorrono la zia, la mamma e la nonna: carta straccia bagnata… al ritorno dal lavoro papà non deve vedere.

Mela è pronta per l’ispezione serale.

La frangetta viene sollevata nel silenzio generale.”È caduta!” Papà si guarda attorno, i colpevoli dell’incuria abbassano gli occhi.

Sì, ha cominciato a cadere, Mela. Chi corre, può cadere.

Chi scappa, cade di sicuro e si fa male. Mela scappa. E cade. Ha le ginocchia sbucciate, la garza con i cerotti si attacca alle ferite.

Alla sera, con una bacinella di acqua calda ammorbidiscono le croste incollate, poi “tirano” via: fa male.

Un giorno Mela imparerà a scappare in un modo tutto suo.

Senza muoversi di un millimetro: anche così si cade lo stesso. Le ferite ci sono. Ma non si vedono.

5

Non c’è una casa per Mela. Ce ne sono troppe. E Mela non le ricorda tutte.

Della prima casa i suoi occhi non vedono nulla: le mani soltanto hanno ricordi di un orsetto giallo…il suo pelo punge, imbottito di paglia.

Non ricorda bene quando l’orso è sparito, inghiottito dalla pattumiera, sicuro.

Le sue mani lo hanno perduto. Mani incapaci, sicuro: non sanno tenere le cose. Ad ogni cosa che se ne andrà, nella sua vita, Mela sarà sempre convinta che la colpa è la sua.

La seconda casa è qualcosa di immenso… dicono che nella dispensa in fondo al corridoio ci sia un buco nel muro: da lì si può vedere chi suona alla porta. Mela non se lo ricorda quel buco… e nemmeno la dispensa.

Chi avrà mai bussato a quella porta? Questa non è gente che apre.

Nella terza casa gli abitanti sono finalmente quelli che dovrebbero essere: Mela , il suo papà e la sua mamma.

Non c’è nessun altro.

I sogni di Mela? ah, quelli non contano. Non c’è posto, per quelli.

6

Mela non ha una camera sua, in quella casa. Non c’è posto per lei? sì, nella saletta. Come un ospite, insomma.

Ogni letto che cambia ha l’aria di qualcosa di provvisorio: dalla griglia col materasso… al mobile letto in teak (Mela ogni sera ha paura che il letto si chiuda e la schiacci all’interno di quell’enorme cassone) al divano in stile barocco piemontese, così scuro insieme alla carta da parati arabescata rosso arancio e quei cuscini imbottiti che le cadono addosso non appena si siede soltanto.

Quei cuscini, sempre troppo grandi: alla sera bisogna posarli per bene, uno sull’altro.

Mela non ha paura del buio, ma quando si sveglia di notte si convince di essere cieca. Piange ogni volta, poi accende la luce per vedere se ci vede.

A questo punto la mamma lascia accesa una lucina nel corridoio, così Mela può vedere che non è diventata cieca.

7

Mela trascorre il suo tempo da sola anche quando è a tavola che mangia con gli altri.

A volte va sotto il tavolo, fa finta di essere un cane: lì sotto si sente al sicuro.

Quando lo fa anche al pranzo per la sua Comunione, la cosa non viene gradita.

Mela guarda le briciole che cadono a terra: pensa che potrebbero anche bastare… ma non sono quelle le briciole che vorrebbe.

Ci sono solo le gambe delle persone, per fortuna non si vedono i volti e, facendo un po’ di attenzione, si riesce anche a non sentire le parole che urlano. Parlano sempre troppo forte.

8

Mela scopre un modo migliore per stare a tavola.

Non ci va più sotto, si mette un libro davanti.

Prima sono i giornalini a fumetti, poi, quando impara a leggere ( fa piuttosto in fretta, Mela… in fondo i libri sono gli amici di chi amici non ha) alle bottiglie appoggia libri di ogni genere.

Meraviglia! è come stare sotto al tavolo, non si vede più nessuno.

Mela erige un muro di carta stampata.

Papà fa volare un Topolino dietro l’altro per terra, glieli strappa addirittura.

Mela continua a leggere a tavola.

Perché si vergogni, il nonno, che sa lavorare il legno, le costruisce un leggio, pieghevole ai lati ma bello massiccio.

Tutti credono che lei non lo userà per la vergogna.

Mela ringrazia e ci posa sopra il suo libro.

9

Mela passa molto tempo in bagno. Gioca nell’unico posto dove può stare tranquilla.

Si dimentica che sta sul vasino, continua a far parlare tra loro gli animaletti della fattoria.

Oppure ritaglia figurine che lei stessa disegna, poi le riveste con abiti di carta che ricava dalla pubblicità dei giornali: colori bellissimi, abiti di Coca Cola, di acque minerali, di frutta.

Ha quattro piccoli orsetti di plastica, due verdi e due rossi: anche loro parlano.

C’è un pallone a spicchi: farfalle e api alternate a colori.

Un cavallino di cartapesta.

Una serie di paperotte di legno, da tirare col filo: Mela se le porta dietro ovunque, fanno qua qua, hanno la mamma papera davanti.

Una scatola di latta piena zeppa di quadratini in ceramica trovati nella discarica sul fiume e pietre di mare: Mela la rovescia sul pavimento e ci picchia sopra: fa musica, ma la mamma non gradisce.

Allora prende le uova dal frigorifero e cerca di tenerle al caldo: vuole vedere nascere i pulcini: anche questo non va bene.

Mela prende uno specchio, se lo mette sotto al mento: se ne va in giro per casa camminando sul soffitto, schivando i lampadari,  sino a che non le gira la testa.

 Memories

incompiuto, iniziato tempo fa e abbandonato così: in questi giorni, però, mettendo ordine e trovando i miei quaderni della prima elementare… beh, mi è venuta voglia di condividerlo. 🙂

Le fontane senz’acqua

Dreamstones

Come riesce a vivere, una fontana senz’acqua? è ancora una fontana, o deve cambiare nome? Le statue guardano altrove o forse si guardano dentro, ma alle due fontane di cui sono parte essenziale voltano le spalle. Sentiranno la mancanza della voce dello zampillo centrale, quando ricadeva frammentandosi in mille rivoli sonori? o forse si accontentano dei canti degli uccellini assetati che vanno a visitarle comunque?

Qualcuno ha aggiunto violenza all’abbandono e all’incuria: alcune statue recano su di sé sfregi di parole, come cicatrici oscene.

Spero che stamattina il mio sguardo abbia riempito quelle due fontane se non di acqua, almeno di amore e di rispetto.

Dreamstones

 

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Ps. Per gli amici genovesi, queste sono le statue delle due fontane vuote nei giardini di fronte alla stazione Brignole.