Il Viale

Non ho foto per questo racconto (ogni tanto provo a scrivere anch’io, poi mi vergogno e non pubblico): ci sono foto impossibili, immagini che appartengono talmente al passato da non essere riproducibili.  Questa volta mi affido ai vostri occhi. Spero che le mie parole vi facciano vedere qualcosa. 🙂

Il Viale

La vita è ricordo, memoria: una casa dove ogni mattone, ogni stanza, è un incontro.

C’è chi incontra persone e non arriva a conoscerle mai davvero…Io ho incontrato anche luoghi ed essi mi hanno aiutata a ri-conoscermi mentre io conoscevo loro.

Uno di questi è un viale la cui lunghezza cambia ad ogni stagione della vita: interminabile, da subito, poi via via sempre più corto. Forse a contare i passi, chissà… potrebbe essere semplicemente una questione di piedi diventati più grandi, quindi più sicuri e veloci, o ancora, potrebbe trattarsi di uno scherzo, un inganno dello sguardo: gli occhi delle persone mutano, col tempo, si soffermano più su alcune cose che su altre, di solito su ciò che è nuovo, perché è difficile guardare ogni giorno con occhi diversi, con gli occhi speciali di ogni prima volta, quello che è lì da sempre, difficilissimo soprattutto guardarlo come se fosse ancora nuovo, come se avesse conservato la sua essenza di ignoto e meraviglia.

Ma comunque le proporzioni non sono determinanti, dipendono dall’unità di misura che abbiamo dentro (e l’anima spesso numera molto a modo suo): quel che conta davvero, il reale della realtà, quello su cui nessuno può discutere oggi così come tanti anni fa (sembra esserci sempre stata, questa striscia di asfalto) è che il viale inizia con una discesa e termina in uno spicchio di piazza davanti al cimitero.

Un grande cancello con due più piccoli ai lati, delle semplici sbarre a frapporsi tra due mondi: da una parte l’eternità a guardare in faccia l’effimera quotidianità di un illusorio reale, dall’altra quest’ultimo che osserva sforzandosi a dimenticare… o a ricordare.

Ci sono stati anni in cui quel piazzale risuonava di piedi in corsa, risate, campanelli di biciclette, pattini con rotelle di plastica che gracchiavano sull’asfalto, rosicchiate com’erano dal gioco.

A pensarci adesso, un grande contrasto, con l’immenso silenzio al di là delle sbarre. Nell’eterno è il movimento, che manca, il tempo scorre nel piccolo e sparisce nel grande, come un fiume carsico che prosegue la sua corsa al di sotto della terra ma che purtroppo da qui non riemerge mai in superficie. Se non è percepito, nulla cresce, nulla ha bisogno di maturare e di essere colto: le radici e i frutti, se ci sono, esistono nell’invisibilità più totale agli occhi di chi resta.

Bisogna anche dire che oggi quello spicchio di piazza non vede più corse e non ascolta risate: quasi a inizio viale hanno costruito giardini per i più piccoli, attrezzati con altalene, giostre a pedali, castelli di legno e di corda.

Ora il mondo ti dice anche come giocare: con metodo, intelligenza… giochi precotti, preconfezionati (con tanto di scadenza, forse), giochi predigeriti, sicuramente.

Noi allora riuscivamo a giocare anche soltanto con la polvere del viale, le foglie cadute, le castagne… un vento interiore disperdeva e ricomponeva storie diverse ogni volta: eravamo in grado di porre domande al viale ma soprattutto eravamo ancora capaci di ascoltare le sue risposte. Non c’erano recinti: auto ne circolavano ben poche.

Oggi, nessun contrasto più con il sonno dei morti: i bambini vengono tenuti lontano dall’eternità, ci sono cose di cui il mondo non vuole sapere, perché il mondo teme di perdersi nelle domande che non hanno risposta. E poi, chi si metterebbe ormai a parlare con un pezzo di strada?

Del resto molti di quei piedini di allora a poco a poco sono passati al di là della soglia silenziosa: l’enorme lampadario sospeso ora oscilla anche per loro nel vento.

Un viale non è un viale, senza gli alberi, e qui da sempre abitano gli ippocastani, con innumerevoli famigliole di piccoli funghi alla base del tronco: il cielo diventava un’immensa volta frondosa, nella bella stagione, mentre in autunno era bello giocare a nascondino con le castagne e farle saltar via col piede dai “ricci” e portarle alla nonna che le mettesse in tasca contro i dolori; d’inverno il candore della neve abbracciava tutto e si adeguava per strana magia alle silenziose case dei morti sullo sfondo, quasi sempre bianche, come bianche sono anche le statue degli angeli; d’estate il viale ed i campi ai suoi lati ospitavano fragorose cicale, instancabili: altra stagione di contrasto, con il solito silenzio al di là dei cancelli.

Col passare degli anni anche gli ippocastani si sono diradati, come le persone che si riunivano a piccoli gruppi nelle sere d’estate, quando il tempo è più fresco e le lucciole discretamente illuminano le strade dei baci.

Gli alberi non hanno un riposo tutto per loro, non c’è eternità, né cancello: si trasformano in fuoco e dopo in calore, ma il ceppo e le radici rimangono a segnare l’asfalto.

Le panchine stavano su entrambi i lati, fra un albero e l’altro: prima semplici lastre di pietra, poi curve di cemento con incastonati mosaici di piastrelline quadrate e di vario colore, poi ancora lastre di pietra: mi hanno detto che sono quelle dell’antico selciato delle strade del paese.

Seduta, mi sembra di sentire risuonare sotto di me le migliaia di passi e le ruote dei carri che le hanno percorse. Se chiudo gli occhi e faccio attenzione, riesco a udire persino il suono delle gocce di pioggia che le hanno bagnate.

Nei prati che ora non ci sono più, lasciati come sono all’incuria, si coltivavano dalie e gladioli più qualche papavero intruso: alla domenica gli abitanti del paese dei vivi venivano ad acquistarli per rallegrare il paese dei morti.

La nonna comprava soprattutto le dalie, cinquanta lire, costavano poco, e per dare risalto al mazzetto aggiungeva il “trillino”, così lei chiamava la Gypsophila: io non capivo come si potesse portare al cimitero un fiore destinato al bouquet delle spose.

La superba vita colorata dei fiori andava a svanire e disseccarsi a mano a mano che l’acqua svaporava nei vasi.

È da allora che non amo dalie e gladioli: per me sono i “fiori dei morti”. Troppo silenziosi e tristi nella perfezione dei petali.

Intanto il viale diventava meno lungo per i piedi di una bambina che lo percorreva sempre più velocemente, ma l’accorciarsi della strada non c’entrava nulla col fatto che quei piedi posassero rapidi prima sul triciclo, poi sulla bicicletta o sui pattini o andassero correndo nei sandali nuovi o scivolassero svelti e orgogliosi nelle prime scarpe con un poco di tacco.

Non sono i piedi a crescere, non sono i passi a farsi più veloci e nemmeno le persone: è il loro sguardo che cresce, che diventa veloce e nello stesso tempo più lontano; non uno sguardo distante, semplicemente uno sguardo che vede più in lontananza.

Gli occhi abbracciano più spazi, più giorni: avvicinano orizzonti.

Solo il silenzio al di là del cancello, non muta.

Per noi il viale non ha inizio né fine: il viale “è”, una fine. Se tu puoi ancora guardarlo da qui mentre stai camminando, allora potresti dire che inizia con uno spicchio di piazza antistante il cimitero, si allunga diritto fra alberi ormai radi anche di foglie e termina con una salita impraticabile, per noi, che lo abbiamo percorso lentamente ad occhi chiusi senza nemmeno posare un piede per terra. Forse lo abbiamo sognato un’ultima volta, prima che ci deponessero qui, avvolti di fiori più vivi di noi ma ancora per poco.

Il grande lampadario nel vento è una mano che cancella i ricordi di cui è fatto ogni corpo per consegnarci all’eternità, ancora più puri che alla nostra nascita.

Le ragnatele annerite sul soffitto vorrebbero trattenere le memorie, ma non possono.

Ancorati ad un unico luogo, senza piedi per fuggire, senza più labbra per gridare la nostra solitudine, in mezzo a questa folla muta, noi viviamo un silenzio che è tale solo per essere un ascolto migliore…se mai giungessero qui i vostri pensieri di noi: solo quelli, abbiamo ancora, a dirci chi siamo stati e se siamo stati davvero.

La polvere è polvere ovunque e comunque, ma pure siamo riusciti, quando noi eravamo ancora come voi, a renderla diseguale, come quando era polvere viva. Ma la polvere resta polvere ovunque sia contenuta., tombe di famiglia o semplici tumuli nella terra. E quelle mani afferrano il vuoto e restano buie: non conoscono luce.

A dire il vero, abbiamo luci accese anche di giorno; luci che di notte ci fanno somigliare ad un altro paese, ma così distante da quello che abbiamo vissuto con i nostri occhi, che ora il viale ci sembra infinito.

Tuttavia non sono case, queste, non ci sono stanze da illuminare, noi dormiamo ormai un sonno senza sogni.

L’incubo è vostro. Appartiene a voi, quando camminate al di qua delle sbarre e il cuore palpita domande a cui nessuno risponde se non il nostro silenzio che immobile non muta.

Dove sono le voci dei bambini? Nessuno corre più sullo spicchio di piazza davanti ai cancelli.

Non ci sono biciclette, non ci sono parole, anche i baci delle sere d’estate sono finiti da qualche altra parte.

Quanto rumore c’è, nei vostri silenzi.

E quanto silenzio avete, nei vostri passi.

Non visibili voli

Invisibili voli

Colmo di voci il mio silenzio vive,
nei ricordi muti degli occhi:
fragili voci, tremule di tempo,
piume del mio respiro,
in questa gabbia – intreccio
di voli non visibili.

Voci senza parole,
come il ceppo dell’olmo sulla strada:
ogni giorno mi parla con lo specchio
delle sue radici
che la terra nasconde
a gente d’asfalto e di rumori.

Riyueren

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

Invisibili voli

 

L'olmo

Memories

La storia (incompiuta) di Mela

Memories

Mela, tu mi guardi dallo specchio. Accenni un sorriso. Poi vedo i tuoi occhi diventare domande. Ogni giorno, ogni sera.

E di notte mi vieni nei sogni, mi cerchi. Domandi.

Troverò le risposte.

Vorrei vederti ridere, Mela.

Memories

Introduzione n°1

“Le tue parole sulle mie labbra

sono gocce di sangue innamorato.”

Mela, Melina, Melanna… con quanti nomi hanno chiamato questa bambina selvaggia? per dirle che era ora di alzarsi, di mangiare, di studiare… di andare a dormire… ma non di sognare, questo no.

Ci sono parole che nelle case non entrano: le porte degli occhi sono sbarrate.

Melanna, Melina, Mela… c’è come un sapore, nei nomi., qualcosa che in bocca sparisce, e diventa un silenzio.

Non si può dire con certezza, bisognerebbe chiedere a persone che non camminano più tra di noi.

Ci sono donne antiche, all’interno di ogni bambina. Sono donne anziane, ma non sempre…a volte sono altre bambine, subito spezzate, ma chissà a quali memorie appartengono, a quali luoghi del Tempo.

E quando ci chiamano con troppi nomi, allora il compito è quello di andare in cerca del nostro nome vero: c’è un’unica parola che può essere per noi insieme confine e orizzonte: tutti gli altri nomi, tutte le altre parole… sono gabbie.

Il primo passo è anche il primo respiro.

Non c’è consapevolezza, non subito.

È per quello che si sbaglia strada molte volte. Si perde tempo a tornare indietro. A ricominciare. Ricostruire percorsi. Segnare mappe. Posti da evitare, sguardi, persone.

Ai primi passi si cerca sempre uno specchio.

E gli specchi non sono infrangibili. Non certo quelli dell’anima.

Molto spesso ci si ritrova davanti a frammenti minutissimi.

Il cammino si ferma. I passi della bambina si arrestano: persino il respiro è come sospeso.

Ricomporre. Sperando che non restino segni evidenti, oltre ai sogni.

La bambina selvaggia è amica del sole.

Si catturano insieme dal cielo alla terra.

Questione di sguardi. Di occhi.

 Memories

Introduzione n°2

Chi sei, Mela? un nome arrotolato in cima a uno stelo sottile. Ma quando sbocci? Quando ti apri? Hai profumo per me?

Il vento sussurra domande. Le risposte, se mai ci saranno, sono nascoste tra le foglie. Il vento ha fretta. Si allontana.

Non ha ancora una voce, Mela. E nemmeno una bocca.

Esiste una foto, ora sparita, divorata da qualche cassetto.

Mela è lì, ma è solo presenza. Non si vede nulla, solo una pancia un po’ più rotonda. E una bocca imbronciata, che non voleva una foto.

E nemmeno Mela.

Del resto la stessa Mela non aveva chiesto nulla. A nessuno.

Da dove arrivano le bambine selvagge che nessuno desidera?

E dove vanno, le bambine che nessuno desidera?

Quella foto smarrita è una strada. E Mela ci sta sopra…mentre altri camminano per lei. Inciampano al suo posto… ma anche Mela cade.

 Memories

Introduzione n°3

Una strada. L’unica possibile? Mela ancora non conosce i crocicchi, i crocevia dei sogni.

Sono quelli dove si arriva, e non c’è un cammino soltanto, ma molti.

Sono quei luoghi possibili in cui alla fine ritorni, per piantare una croce e riprendere il sentiero in una direzione diversa.

Altri passi. Altri frammenti.

Un’altra croce. Di cui non ricorderai il peso. Pronta a caricartene una nuova sull’anima.

Mela e i suoi grandi occhi spalancati di giorno e di notte: troppe cose da vedere. Troppe, per capire fino in fondo le cose che sono.

E le persone. E le parole delle persone.

Memories

1

Mela è tutta bianca e pulita: non la distingui dalle lenzuola. Solo un ciuffo di capelli neri fa la spia sul copriletto, bianco anche quello.

Non turbate l’ordine di questa casa: ci sono regole non scritte.

E Mela è il caos, una piccola stella danzante.

A guardarla bene, forse è più bianca delle lenzuola.

Il cielo? sicuramente sta da un’altra parte.

Mela è una stella senza cielo.

2

Hanno contato le dita dei piedi e delle mani di Mela: ci sono tutti, poi se i due mignoli sono un po’ curvi verso l’interno del palmo… la cosa non ha nessuna importanza.

Proprio nessuna.

Hanno controllato bene il “fuori”. L’involucro esterno.

Nessuno guarda “dentro”.

Perché nessuno sa o ha voglia di guardare dentro alle cose… figuriamoci dentro alle persone.

Una neonata, poi. Che non è ancora persona.

3

Tutti hanno una famiglia. Tutti sono stati al calduccio in qualche pancia. Ma non tutti hanno ascoltato lacrime.

Mela sì, e non le è piaciuto per niente.

Mentre tutti si domandano come mai Mela non chiude gli occhi e non dorme… lei chiede senza parole. E senza parole risponde.

… perché non mangia, non vuole il latte dal seno.

L’anima di Mela ha fame e sete… ma non ha la bocca.

4

Quante persone possono formare una famiglia?

Quante famiglie possono stare nello stesso appartamento?

Nessuno comanda. Tutti vogliono comandare.

Tutti gridano. Chi parla più forte… vince.

Mela mangia la pastasciutta nella casseruola di terra con il nonno.

Poi vola al lavandino e si fa cadere in testa le pentole.

Sotto alla frangetta spuntano i bernoccoli.

Presto! accorrono la zia, la mamma e la nonna: carta straccia bagnata… al ritorno dal lavoro papà non deve vedere.

Mela è pronta per l’ispezione serale.

La frangetta viene sollevata nel silenzio generale.”È caduta!” Papà si guarda attorno, i colpevoli dell’incuria abbassano gli occhi.

Sì, ha cominciato a cadere, Mela. Chi corre, può cadere.

Chi scappa, cade di sicuro e si fa male. Mela scappa. E cade. Ha le ginocchia sbucciate, la garza con i cerotti si attacca alle ferite.

Alla sera, con una bacinella di acqua calda ammorbidiscono le croste incollate, poi “tirano” via: fa male.

Un giorno Mela imparerà a scappare in un modo tutto suo.

Senza muoversi di un millimetro: anche così si cade lo stesso. Le ferite ci sono. Ma non si vedono.

5

Non c’è una casa per Mela. Ce ne sono troppe. E Mela non le ricorda tutte.

Della prima casa i suoi occhi non vedono nulla: le mani soltanto hanno ricordi di un orsetto giallo…il suo pelo punge, imbottito di paglia.

Non ricorda bene quando l’orso è sparito, inghiottito dalla pattumiera, sicuro.

Le sue mani lo hanno perduto. Mani incapaci, sicuro: non sanno tenere le cose. Ad ogni cosa che se ne andrà, nella sua vita, Mela sarà sempre convinta che la colpa è la sua.

La seconda casa è qualcosa di immenso… dicono che nella dispensa in fondo al corridoio ci sia un buco nel muro: da lì si può vedere chi suona alla porta. Mela non se lo ricorda quel buco… e nemmeno la dispensa.

Chi avrà mai bussato a quella porta? Questa non è gente che apre.

Nella terza casa gli abitanti sono finalmente quelli che dovrebbero essere: Mela , il suo papà e la sua mamma.

Non c’è nessun altro.

I sogni di Mela? ah, quelli non contano. Non c’è posto, per quelli.

6

Mela non ha una camera sua, in quella casa. Non c’è posto per lei? sì, nella saletta. Come un ospite, insomma.

Ogni letto che cambia ha l’aria di qualcosa di provvisorio: dalla griglia col materasso… al mobile letto in teak (Mela ogni sera ha paura che il letto si chiuda e la schiacci all’interno di quell’enorme cassone) al divano in stile barocco piemontese, così scuro insieme alla carta da parati arabescata rosso arancio e quei cuscini imbottiti che le cadono addosso non appena si siede soltanto.

Quei cuscini, sempre troppo grandi: alla sera bisogna posarli per bene, uno sull’altro.

Mela non ha paura del buio, ma quando si sveglia di notte si convince di essere cieca. Piange ogni volta, poi accende la luce per vedere se ci vede.

A questo punto la mamma lascia accesa una lucina nel corridoio, così Mela può vedere che non è diventata cieca.

7

Mela trascorre il suo tempo da sola anche quando è a tavola che mangia con gli altri.

A volte va sotto il tavolo, fa finta di essere un cane: lì sotto si sente al sicuro.

Quando lo fa anche al pranzo per la sua Comunione, la cosa non viene gradita.

Mela guarda le briciole che cadono a terra: pensa che potrebbero anche bastare… ma non sono quelle le briciole che vorrebbe.

Ci sono solo le gambe delle persone, per fortuna non si vedono i volti e, facendo un po’ di attenzione, si riesce anche a non sentire le parole che urlano. Parlano sempre troppo forte.

8

Mela scopre un modo migliore per stare a tavola.

Non ci va più sotto, si mette un libro davanti.

Prima sono i giornalini a fumetti, poi, quando impara a leggere ( fa piuttosto in fretta, Mela… in fondo i libri sono gli amici di chi amici non ha) alle bottiglie appoggia libri di ogni genere.

Meraviglia! è come stare sotto al tavolo, non si vede più nessuno.

Mela erige un muro di carta stampata.

Papà fa volare un Topolino dietro l’altro per terra, glieli strappa addirittura.

Mela continua a leggere a tavola.

Perché si vergogni, il nonno, che sa lavorare il legno, le costruisce un leggio, pieghevole ai lati ma bello massiccio.

Tutti credono che lei non lo userà per la vergogna.

Mela ringrazia e ci posa sopra il suo libro.

9

Mela passa molto tempo in bagno. Gioca nell’unico posto dove può stare tranquilla.

Si dimentica che sta sul vasino, continua a far parlare tra loro gli animaletti della fattoria.

Oppure ritaglia figurine che lei stessa disegna, poi le riveste con abiti di carta che ricava dalla pubblicità dei giornali: colori bellissimi, abiti di Coca Cola, di acque minerali, di frutta.

Ha quattro piccoli orsetti di plastica, due verdi e due rossi: anche loro parlano.

C’è un pallone a spicchi: farfalle e api alternate a colori.

Un cavallino di cartapesta.

Una serie di paperotte di legno, da tirare col filo: Mela se le porta dietro ovunque, fanno qua qua, hanno la mamma papera davanti.

Una scatola di latta piena zeppa di quadratini in ceramica trovati nella discarica sul fiume e pietre di mare: Mela la rovescia sul pavimento e ci picchia sopra: fa musica, ma la mamma non gradisce.

Allora prende le uova dal frigorifero e cerca di tenerle al caldo: vuole vedere nascere i pulcini: anche questo non va bene.

Mela prende uno specchio, se lo mette sotto al mento: se ne va in giro per casa camminando sul soffitto, schivando i lampadari,  sino a che non le gira la testa.

 Memories

incompiuto, iniziato tempo fa e abbandonato così: in questi giorni, però, mettendo ordine e trovando i miei quaderni della prima elementare… beh, mi è venuta voglia di condividerlo. 🙂

Le fontane senz’acqua

Dreamstones

Come riesce a vivere, una fontana senz’acqua? è ancora una fontana, o deve cambiare nome? Le statue guardano altrove o forse si guardano dentro, ma alle due fontane di cui sono parte essenziale voltano le spalle. Sentiranno la mancanza della voce dello zampillo centrale, quando ricadeva frammentandosi in mille rivoli sonori? o forse si accontentano dei canti degli uccellini assetati che vanno a visitarle comunque?

Qualcuno ha aggiunto violenza all’abbandono e all’incuria: alcune statue recano su di sé sfregi di parole, come cicatrici oscene.

Spero che stamattina il mio sguardo abbia riempito quelle due fontane se non di acqua, almeno di amore e di rispetto.

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

Ps. Per gli amici genovesi, queste sono le statue delle due fontane vuote nei giardini di fronte alla stazione Brignole.

 

Acacia flowers (gioire dell’inizio, accettare la fine, apprezzare il percorso)

Acacia flowers

Complice il vento, fiori di acacia ovunque a impreziosire le crepe dell’asfalto: la terra si nutre di sangue bianco e profumato. Fiori semplici che prendono la forma di chi li accoglie.

Molte cose sono cadute a terra come questi fiori, se ne sono andate via da me delicate e gentili, il vento non ha dovuto soffiare più di tanto. Tutte le domande che avevo… hanno preso la forma della mia anima che le ha accolte in un abbraccio e poi le ha lasciate volare via.

Acacia flowers

Dov’è il Tempo? Dov’è la realtà del mio sogno?

Sant’Agostino aveva ragione: esiste solo il presente. Esiste un presente del passato, che è la memoria. Un presente del presente, la visione, il qui e ora. Un presente del futuro, cioè l’attesa, la speranza.

Tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine. A noi non resta che gioire dell’inizio, accettare la fine ma soprattutto apprezzare, amare, il percorso dall’uno all’altra.

Se poi, tra i fiori di acacia spunta una gatta amica… quello che vedi diventa ancora più prezioso: è bello avere compagni di meditazione 🙂

Acacia flowers

 

Acacia flowers

 

Acacia flowers

 

Acacia flowers

 

Acacia flowers

 

Acacia flowers

 

Acacia flowers

 

Acacia flowers

Behind the doors

Dovevo rimanere isolata dal “mondo”, cioè senza linea telefonica e senza internet, dal 28 marzo sino a ieri pomeriggio, quando finalmente il guasto è stato riparato, per imparare alcune cose che diversamente non avrei capito.

Nonostante questi ultimi mesi, anzi, dovrei dire, primi mesi, perché in realtà sono i primi dell’anno 2017, mi abbiano creato anche altri tipi di problemi, voglio dire: problemi di tutti i tipi, persino di salute, non solo mia, ho continuato a vivere ugualmente, a scrivere, scattare foto… con ancora più tempo a mia disposizione, tra l’altro (o in realtà semplicemente ho cominciato ad usarlo meglio, avendone poco ).

Ho visto scoppiare delle “bolle di sapone virtuali” nonostante l’aspetto umano  e simbolicamente mi sono anche divertita a fotografarle (mi riferisco allo screen saver di Windows dove l’unica differenza con le bolle che dico io è che queste non scoppiano, cambiano soltanto colore… ).

Virtual World

Ho imparato così anche qualcosa sulla cattiva solitudine cioè quella che rende le persone cattive o anche solo ironicamente indifferenti ai problemi altrui… ma nel web i post troppo lunghi non li legge nessuno, quindi non intendo aggiungere altro se non che sono felice che la mia solitudine al massimo faccia star male soltanto me.

Così, per evitare lunghi discorsi, ho fotografato una porta, sempre la stessa, che si apre piano piano. Una versione è a colori, l’altra in bianco e nero: sono due modi di vedere la luce e mi appartengono entrambi. Due modi, uno stesso mondo.

Ora io entro.

Behind the door

 

Behind the door

 

Behind the door

 

Behind the door (Light)

 

Behind the door (Light)

 

Behind the door (Light)

Child of Feathers (La Bambina delle Piume)

Child of feathers

Si può togliere, il colore. E si può aggiungere, per poter (de)scrivere il Tempo dell’Anima.

La Bambina delle Piume cerca il suo nome, per poter volare: i nomi delle cose sono piume.

E il Cielo? ah, quello bisognerà immaginarlo: può essere ovunque, anche in una pozzanghera, in un sorriso, uno sguardo, una mano… forse il cielo è una piuma bianca nel cuore.

Child of feathers

 

Child of feathers

 

Child of feathers

 

Child of feathers

 

“Sing with me, sing for the years
Sing for the laughter, sing for the tears”

Un cielo al tramonto (per Roberto)

Tramonto

 Tramonto

Tramonto

 

Tramonto

 

Tramonto

 

Questo era il cielo dalla finestra della mia cucina, lunedì scorso. Ora che l’ho “messo” qui, tutti possono vederlo. Tutti tranne te, Roby, ma questo io, mentre fotografavo, non lo sapevo ancora. Poi Simon mi ha telefonato e mi ha detto… e intanto si era fatto buio e questo cielo si era ormai spento, tranne che nelle mie foto. Il tuo cielo, invece, si era spento domenica sera. Non ci sarà più un’alba, per quel cielo. Io non ti avrò più davanti a me a disegnare. Mercoledì scorso mi avevi detto, alla fine della lezione, guardando i miei disegni:” Ma cosa ci fai qui, che non ne hai bisogno?”. Lo hai detto col tuo solito modo scherzoso mentre facevi il giro del tavolo per guardare fra tutti cosa avevamo combinato.

Eravamo d’accordo che avremmo provato gli acquerelli, al mercoledì successivo, cioè ieri.

Ieri. Ieri siamo venuti al rosario. E oggi… oggi… non avevo mai visto una chiesa così gremita di gente. Probabilmente c’era tutta Rivarolo, ad accompagnarti. Mi sono seduta in fondo, ho dovuto restare seduta per tutto il tempo, perché davanti a me c’era troppa gente in piedi. Molti tuoi amici hanno parlato di te, ma io, sorda come sono, ho potuto solo distinguere la fine di una frase: “Roberto ha lasciato il mondo migliore di come lo aveva trovato”. Ma l’atmosfera d’amore che c’era… quella l’ho sentita benissimo.

Vorrei poter dire anch’io che eri mio amico, ma in  6 o 7 lezioni a disegno… tutti intenti alle cose da fare, abbiamo parlato così poco… ed è questo che mi dispiace: non aver avuto il tempo di conoscerti meglio.

Da quello che ho sentito e letto di te in questi giorni, della tua bontà, sempre disponibile per tutti, della tua allegria così contagiosa… ho capito che tu eri come la mia amica Laura, anche lei volata via troppo presto. Questa canzone che avevo dedicato a lei, ora la dedico anche a te. Ovunque tu sia, Roby, il mio abbraccio.

Il muro

Murales 2017

Potrebbe essere un muro, la memoria. Tu sai che ci sono cose ( si chiamano giorni, notti e sogni… i nomi sono infiniti) al di qua e al di là di quel muro di cui non conosci l’inizio e la fine.

Nomi prigionieri,forse, o semplicemente inquilini di una parte e dell’altra del muro.

Di certo c’è che tu vedi soltanto la parte di muro che hai davanti agli occhi, davanti alla tua vita. Conosci solo quei nomi: gli altri sai che ci sono ma il tuo sguardo non può leggerli. Il cielo però è unico, per entrambe le parti. Le stagioni, la luce, il buio non hanno un lato preferito… anche il tempo scorre allo stesso modo lungo i due lati del muro.

Sul muro no: ciò che stava in superficie torna ad immergersi lentamente da dove era venuto.

La memoria non si allontana, semplicemente dimentica se stessa.

Murales 2010

Murales 2010

 

Murales 2010

 

Murales 2010

 

Murales 2010

 

 

Murales 2017

Murales 2017

 

Murales 2017

 

Murales 2017

 

Murales 2017