Visita esoterica notturna in Villa Durazzo Pallavicini

Notturno

9 Giugno: Incontro con il Direttore al chiaro di luna

Non avevo il cavalletto. Ho problemi a una mano e alla schiena: molto di ciò che ho “visto” in questo viaggio l’ho soltanto potuto custodire nella memoria del cuore e non in quella della mia fotocamera, che ho usato esclusivamente a mano libera.

Mi affido alle parole: so già che saranno insufficienti in quantità e qualità. Vorrei trovarne di notturne, per descrivere la magia della Villa mentre sicuramente sognava alla luce della Luna Piena e sotto ai nostri passi ( ed eravamo in molti ma in cammino silenzioso e colmo di stupore… traboccavamo meraviglia).

E vorrei trovarne altre di Luce, per spiegare la bellezza di una Luna che ci ha seguiti, accompagnati, per le tre ore e più di visita: Full Moon, magica lanterna ricolma dei miei desideri, misteriosa tra gli alberi scuri e sospesa sulle case: il volo era più che altro nostro (…e mio sicuramente: tempo fa avevo detto, parlando con il Direttore, che mi sarebbe piaciuto poter vedere la Villa di notte e con anche le lucciole. Venerdì sera pare fosse la prima volta in cui si vedevano lucciole nel Parco. “Sei stata esaudita, hai visto? – mi ha detto l’arch.Silvana Ghigino)

La Villa è magica, io lo sapevo.

Full Moon

 

Full Moon

 

Full Moon

 

Full Moon

 

Full Moon

 

Full Moon

 

Notturno al Castello del Capitano

 

Notturno al Castello del Capitano

 

Notturno al Castello del Capitano

 

Villa Durazzo Pallavicini: Nel Castello del Capitano

 

Villa Durazzo Pallavicini: Il Mausoleo del Capitano

 

Villa Durazzo Pallavicini: Il Mausoleo del Capitano e la Luna Piena

Il mosaico della vita

Villa Durazzo Pallavicini: Nel Viale Gotico

 

“Non calpestarmi, danzami
Non aspettarmi, incontrami”

 Villa Durazzo Pallavicini: La grande terrazza

 

Villa Durazzo Pallavicini: La grande terrazza

 

Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House ( pavimento: esterno)
Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House (pavimento: interno)

 

Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House (pavimento: interno)

 

Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House (pavimento: interno)

 

Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House (pavimento: interno)

 

Villa Durazzo Pallavicini: Coffee House (pavimento: interno)

“Non calpestarmi, danzami. Non aspettarmi, incontrami” : sono le parole che voglio legare a queste foto ( il Viale Gotico e i particolari dei pavimenti esterni e interni della Coffee House in cui il Viale Gotico termina per confluire poi nel Viale Classico).

Le lego alle foto ma in realtà è la Villa a legare me. E ormai sono sotto incantesimo da tempo: qui, dove i miei occhi si sono posati per primi, poi i miei passi subito dopo, si cammina sopra a un essere vivente, perché così è ogni giardino ma in special modo questa Villa.

Stasera voglio condividere letteralmente i miei passi, cioè i pavimenti su cui ho camminato, ma in realtà è stato come danzare. Alla Villa si va incontro, non si può stare fermi.

Così è nella vita, quel mosaico di giorni di cui non siamo che una  tessera, un semplice tassello colorato…eppure così unico…

Dobbiamo danzare e andare incontro.

Memories

La storia (incompiuta) di Mela

Memories

Mela, tu mi guardi dallo specchio. Accenni un sorriso. Poi vedo i tuoi occhi diventare domande. Ogni giorno, ogni sera.

E di notte mi vieni nei sogni, mi cerchi. Domandi.

Troverò le risposte.

Vorrei vederti ridere, Mela.

Memories

Introduzione n°1

“Le tue parole sulle mie labbra

sono gocce di sangue innamorato.”

Mela, Melina, Melanna… con quanti nomi hanno chiamato questa bambina selvaggia? per dirle che era ora di alzarsi, di mangiare, di studiare… di andare a dormire… ma non di sognare, questo no.

Ci sono parole che nelle case non entrano: le porte degli occhi sono sbarrate.

Melanna, Melina, Mela… c’è come un sapore, nei nomi., qualcosa che in bocca sparisce, e diventa un silenzio.

Non si può dire con certezza, bisognerebbe chiedere a persone che non camminano più tra di noi.

Ci sono donne antiche, all’interno di ogni bambina. Sono donne anziane, ma non sempre…a volte sono altre bambine, subito spezzate, ma chissà a quali memorie appartengono, a quali luoghi del Tempo.

E quando ci chiamano con troppi nomi, allora il compito è quello di andare in cerca del nostro nome vero: c’è un’unica parola che può essere per noi insieme confine e orizzonte: tutti gli altri nomi, tutte le altre parole… sono gabbie.

Il primo passo è anche il primo respiro.

Non c’è consapevolezza, non subito.

È per quello che si sbaglia strada molte volte. Si perde tempo a tornare indietro. A ricominciare. Ricostruire percorsi. Segnare mappe. Posti da evitare, sguardi, persone.

Ai primi passi si cerca sempre uno specchio.

E gli specchi non sono infrangibili. Non certo quelli dell’anima.

Molto spesso ci si ritrova davanti a frammenti minutissimi.

Il cammino si ferma. I passi della bambina si arrestano: persino il respiro è come sospeso.

Ricomporre. Sperando che non restino segni evidenti, oltre ai sogni.

La bambina selvaggia è amica del sole.

Si catturano insieme dal cielo alla terra.

Questione di sguardi. Di occhi.

 Memories

Introduzione n°2

Chi sei, Mela? un nome arrotolato in cima a uno stelo sottile. Ma quando sbocci? Quando ti apri? Hai profumo per me?

Il vento sussurra domande. Le risposte, se mai ci saranno, sono nascoste tra le foglie. Il vento ha fretta. Si allontana.

Non ha ancora una voce, Mela. E nemmeno una bocca.

Esiste una foto, ora sparita, divorata da qualche cassetto.

Mela è lì, ma è solo presenza. Non si vede nulla, solo una pancia un po’ più rotonda. E una bocca imbronciata, che non voleva una foto.

E nemmeno Mela.

Del resto la stessa Mela non aveva chiesto nulla. A nessuno.

Da dove arrivano le bambine selvagge che nessuno desidera?

E dove vanno, le bambine che nessuno desidera?

Quella foto smarrita è una strada. E Mela ci sta sopra…mentre altri camminano per lei. Inciampano al suo posto… ma anche Mela cade.

 Memories

Introduzione n°3

Una strada. L’unica possibile? Mela ancora non conosce i crocicchi, i crocevia dei sogni.

Sono quelli dove si arriva, e non c’è un cammino soltanto, ma molti.

Sono quei luoghi possibili in cui alla fine ritorni, per piantare una croce e riprendere il sentiero in una direzione diversa.

Altri passi. Altri frammenti.

Un’altra croce. Di cui non ricorderai il peso. Pronta a caricartene una nuova sull’anima.

Mela e i suoi grandi occhi spalancati di giorno e di notte: troppe cose da vedere. Troppe, per capire fino in fondo le cose che sono.

E le persone. E le parole delle persone.

Memories

1

Mela è tutta bianca e pulita: non la distingui dalle lenzuola. Solo un ciuffo di capelli neri fa la spia sul copriletto, bianco anche quello.

Non turbate l’ordine di questa casa: ci sono regole non scritte.

E Mela è il caos, una piccola stella danzante.

A guardarla bene, forse è più bianca delle lenzuola.

Il cielo? sicuramente sta da un’altra parte.

Mela è una stella senza cielo.

2

Hanno contato le dita dei piedi e delle mani di Mela: ci sono tutti, poi se i due mignoli sono un po’ curvi verso l’interno del palmo… la cosa non ha nessuna importanza.

Proprio nessuna.

Hanno controllato bene il “fuori”. L’involucro esterno.

Nessuno guarda “dentro”.

Perché nessuno sa o ha voglia di guardare dentro alle cose… figuriamoci dentro alle persone.

Una neonata, poi. Che non è ancora persona.

3

Tutti hanno una famiglia. Tutti sono stati al calduccio in qualche pancia. Ma non tutti hanno ascoltato lacrime.

Mela sì, e non le è piaciuto per niente.

Mentre tutti si domandano come mai Mela non chiude gli occhi e non dorme… lei chiede senza parole. E senza parole risponde.

… perché non mangia, non vuole il latte dal seno.

L’anima di Mela ha fame e sete… ma non ha la bocca.

4

Quante persone possono formare una famiglia?

Quante famiglie possono stare nello stesso appartamento?

Nessuno comanda. Tutti vogliono comandare.

Tutti gridano. Chi parla più forte… vince.

Mela mangia la pastasciutta nella casseruola di terra con il nonno.

Poi vola al lavandino e si fa cadere in testa le pentole.

Sotto alla frangetta spuntano i bernoccoli.

Presto! accorrono la zia, la mamma e la nonna: carta straccia bagnata… al ritorno dal lavoro papà non deve vedere.

Mela è pronta per l’ispezione serale.

La frangetta viene sollevata nel silenzio generale.”È caduta!” Papà si guarda attorno, i colpevoli dell’incuria abbassano gli occhi.

Sì, ha cominciato a cadere, Mela. Chi corre, può cadere.

Chi scappa, cade di sicuro e si fa male. Mela scappa. E cade. Ha le ginocchia sbucciate, la garza con i cerotti si attacca alle ferite.

Alla sera, con una bacinella di acqua calda ammorbidiscono le croste incollate, poi “tirano” via: fa male.

Un giorno Mela imparerà a scappare in un modo tutto suo.

Senza muoversi di un millimetro: anche così si cade lo stesso. Le ferite ci sono. Ma non si vedono.

5

Non c’è una casa per Mela. Ce ne sono troppe. E Mela non le ricorda tutte.

Della prima casa i suoi occhi non vedono nulla: le mani soltanto hanno ricordi di un orsetto giallo…il suo pelo punge, imbottito di paglia.

Non ricorda bene quando l’orso è sparito, inghiottito dalla pattumiera, sicuro.

Le sue mani lo hanno perduto. Mani incapaci, sicuro: non sanno tenere le cose. Ad ogni cosa che se ne andrà, nella sua vita, Mela sarà sempre convinta che la colpa è la sua.

La seconda casa è qualcosa di immenso… dicono che nella dispensa in fondo al corridoio ci sia un buco nel muro: da lì si può vedere chi suona alla porta. Mela non se lo ricorda quel buco… e nemmeno la dispensa.

Chi avrà mai bussato a quella porta? Questa non è gente che apre.

Nella terza casa gli abitanti sono finalmente quelli che dovrebbero essere: Mela , il suo papà e la sua mamma.

Non c’è nessun altro.

I sogni di Mela? ah, quelli non contano. Non c’è posto, per quelli.

6

Mela non ha una camera sua, in quella casa. Non c’è posto per lei? sì, nella saletta. Come un ospite, insomma.

Ogni letto che cambia ha l’aria di qualcosa di provvisorio: dalla griglia col materasso… al mobile letto in teak (Mela ogni sera ha paura che il letto si chiuda e la schiacci all’interno di quell’enorme cassone) al divano in stile barocco piemontese, così scuro insieme alla carta da parati arabescata rosso arancio e quei cuscini imbottiti che le cadono addosso non appena si siede soltanto.

Quei cuscini, sempre troppo grandi: alla sera bisogna posarli per bene, uno sull’altro.

Mela non ha paura del buio, ma quando si sveglia di notte si convince di essere cieca. Piange ogni volta, poi accende la luce per vedere se ci vede.

A questo punto la mamma lascia accesa una lucina nel corridoio, così Mela può vedere che non è diventata cieca.

7

Mela trascorre il suo tempo da sola anche quando è a tavola che mangia con gli altri.

A volte va sotto il tavolo, fa finta di essere un cane: lì sotto si sente al sicuro.

Quando lo fa anche al pranzo per la sua Comunione, la cosa non viene gradita.

Mela guarda le briciole che cadono a terra: pensa che potrebbero anche bastare… ma non sono quelle le briciole che vorrebbe.

Ci sono solo le gambe delle persone, per fortuna non si vedono i volti e, facendo un po’ di attenzione, si riesce anche a non sentire le parole che urlano. Parlano sempre troppo forte.

8

Mela scopre un modo migliore per stare a tavola.

Non ci va più sotto, si mette un libro davanti.

Prima sono i giornalini a fumetti, poi, quando impara a leggere ( fa piuttosto in fretta, Mela… in fondo i libri sono gli amici di chi amici non ha) alle bottiglie appoggia libri di ogni genere.

Meraviglia! è come stare sotto al tavolo, non si vede più nessuno.

Mela erige un muro di carta stampata.

Papà fa volare un Topolino dietro l’altro per terra, glieli strappa addirittura.

Mela continua a leggere a tavola.

Perché si vergogni, il nonno, che sa lavorare il legno, le costruisce un leggio, pieghevole ai lati ma bello massiccio.

Tutti credono che lei non lo userà per la vergogna.

Mela ringrazia e ci posa sopra il suo libro.

9

Mela passa molto tempo in bagno. Gioca nell’unico posto dove può stare tranquilla.

Si dimentica che sta sul vasino, continua a far parlare tra loro gli animaletti della fattoria.

Oppure ritaglia figurine che lei stessa disegna, poi le riveste con abiti di carta che ricava dalla pubblicità dei giornali: colori bellissimi, abiti di Coca Cola, di acque minerali, di frutta.

Ha quattro piccoli orsetti di plastica, due verdi e due rossi: anche loro parlano.

C’è un pallone a spicchi: farfalle e api alternate a colori.

Un cavallino di cartapesta.

Una serie di paperotte di legno, da tirare col filo: Mela se le porta dietro ovunque, fanno qua qua, hanno la mamma papera davanti.

Una scatola di latta piena zeppa di quadratini in ceramica trovati nella discarica sul fiume e pietre di mare: Mela la rovescia sul pavimento e ci picchia sopra: fa musica, ma la mamma non gradisce.

Allora prende le uova dal frigorifero e cerca di tenerle al caldo: vuole vedere nascere i pulcini: anche questo non va bene.

Mela prende uno specchio, se lo mette sotto al mento: se ne va in giro per casa camminando sul soffitto, schivando i lampadari,  sino a che non le gira la testa.

 Memories

incompiuto, iniziato tempo fa e abbandonato così: in questi giorni, però, mettendo ordine e trovando i miei quaderni della prima elementare… beh, mi è venuta voglia di condividerlo. 🙂

The Lights I love

The lights I love

Nella stanza al mattino
sorge prima il silenzio,
poi viene il sole:
camminano insieme
piccoli passi di luce
sino a che l’intera parete è percorsa
di orme splendenti,
occhi che leggono in cuore.

Mentre il sole va altrove e tramonta
la parete si spegne:
nella stanza rimane il silenzio
a vegliare il mio tempo e i miei sogni.

Riyueren

The lights I love

 

The lights I love

 

The lights I love

 

The lights I love

 

The lights I love

 

The lights I love

 

The lights I love

Sono le luci che amo, quelle che entrano nella mia camera da letto e dilagano sull’intera parete che ho di fronte illuminandola solo nei mesi estivi.

Hanno colori diversi, a seconda di dove si posano.

La prima volta che le ho “viste” (eppure c’erano da anni, vivo qui dal 1980) era nell’agosto del 2011: da allora è tutto un gioco di specchi e di sguardi.

Clouds dancing in the moonlight

Clouds dancing in the moonlight

Ieri notte il mio sguardo ha danzato con le nuvole mentre il cielo intero danzava al chiaro di luna.

Che cosa sono le nuvole? che cos’è la Luna? e il cielo, cos’è?

Probabilmente qualsiasi enciclopedia anche virtuale ha le risposte giuste, ma non sono quelle che mi ha dato il cielo notturno di ieri.

Mi ha detto che nelle nuvole c’è il vento, nella Luna c’è il Sole e nel cielo c’è Tutto: le nuvole, il vento, la Luna, il Sole… e ci siamo anche noi, con i nostri pensieri, che sono come le nuvole nel vento, noi, con i nostri sogni, che sono come la Luna, illuminati dal Sole e a tratti nascosti dai pensieri-nuvola.

E uno sguardo danza quando il cuore è in musica.

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Clouds dancing in the moonlight

 

Il Giardino

Papaveri
Un vecchio racconto che parlava di un vecchio blog che ora se ne sta in disparte (e si riposa) ma che non era solo un blog. Avrei voluto trovare delle foto adeguate per parlare di Innerland, la mia Terra Interiore. Ho soltanto i papaveri di questa mattina, però sono fiori freschi 🙂

In un altro luogo dell’Io

“Non so da quanto fosse lì. Se c’era  prima di me o siamo arrivati insieme. Non so: non m’importa.

L’unica cosa certa è che l’ho visto quando mia madre, allora la chiamavo mamma, mi ha rimproverato per qualche cosa che avevo fatto o detto: qualcosa che non andava bene…perché non andava bene niente. Mai.

Sono scappata via nel mio solito modo, senza muovermi di un millimetro, isolata da un velo di lacrime: nascosta, invisibile.

E quello è stato il primo passo. E’ così che l’ho visto.

C’era una scala coi gradini di legno, tante tavolette scolorite da chissà quante piogge. Scendeva, la scala: sono scesa anch’io. E l’ho visto.

Il giardino era su due piani. Scendeva e poi risaliva in una terrazza. Era spoglio. Niente aiuole. Niente fiori.  Ma c’era tanto spazio. E molta terra da poter lavorare.

La prima volta l’ho solo guardato. E lui ha guardato me.

Non ci siamo detti niente. Solo riconosciuti.

Mi sono vista nei suoi occhi. Lui, nei miei.

“Laggiù metterò una bella vasca coi pesci, così potremo specchiarci meglio”- gli ho detto, prima di andarmene.

La sua risposta me l’ha sussurrata nel vento: mi ha detto che per lui andava bene.

Sono tornata ancora. Altre volte. Molte.

Tornavo da lui perché sapevo che mi aspettava.

E lui mi aspettava, perché sapeva che sarei tornata.

Ancora spoglio, tranne qualche ciuffo d’erba che cominciava a spuntare qua e là, in mezzo a tutta quella terra che mi abbracciava.

Poi sono venuti i tempi della scuola. E allora lui mi ha parlato dei semi che avrei dovuto piantare. “Semi speciali- diceva – Vedrai …”

Così quando andavo a trovarlo portavo con me i libri da studiare. Lui mi ha insegnato che le parole sono fiori bellissimi e che la poesia è un albero: ha radici nell’anima e rami di carne in un cuore sempreverde. E’ una stagione che non conosce stagioni, ma tutte le racchiude.

“Seminami!- mi ha detto un giorno – Dammi un nome!” Ed io l’ho seminato spargendo le mie parole, così come mi aveva insegnato: l’ho chiamato Innerland.

E’ sempre più vivo. Sempre più mio. Attraverso di lui io so che esisto. Appartenendo a lui, io so di essermi e avermi.

Quando io lo guardo e lui guarda me, sbocciano parole profumate.

Siamo cresciuti insieme, come un’unica cosa.

“Che succederà, quando non potrò più venire a trovarti … quando dovrò andarmene? – gli ho chiesto.

Allora mi ha raccontato la differenza tra le stelle e le lucciole. Mi ha detto che le lucciole sono stelline di Terra, appena nate. “Un po’ come noi due- ha sorriso- fanno le prove di Luce qui sulla Terra, poi diventano stelle”.

Poi ha aggiunto che quando sarà il momento mi terrà per mano. Basterà chiudere gli occhi.

Andremo semplicemente in un giardino più grande.”

Riyueren

Papaveri

 

Papaveri

 

Papaveri

Le fontane senz’acqua

Dreamstones

Come riesce a vivere, una fontana senz’acqua? è ancora una fontana, o deve cambiare nome? Le statue guardano altrove o forse si guardano dentro, ma alle due fontane di cui sono parte essenziale voltano le spalle. Sentiranno la mancanza della voce dello zampillo centrale, quando ricadeva frammentandosi in mille rivoli sonori? o forse si accontentano dei canti degli uccellini assetati che vanno a visitarle comunque?

Qualcuno ha aggiunto violenza all’abbandono e all’incuria: alcune statue recano su di sé sfregi di parole, come cicatrici oscene.

Spero che stamattina il mio sguardo abbia riempito quelle due fontane se non di acqua, almeno di amore e di rispetto.

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

 

Dreamstones

Ps. Per gli amici genovesi, queste sono le statue delle due fontane vuote nei giardini di fronte alla stazione Brignole.

 

Ogni nuovo dolore

Reflections

Quante volte un nuovo dolore
ne addolcisce uno più antico…
Nessun dolore cancella un dolore,
ne lenisce soltanto le spine,
poi si fondono insieme.
La speranza è una palla di gomma
che rimbalza fra loro e non cancella
neppure il silenzio di un giorno:
lo schiarisce di ombre e di assenza.

Riyueren

Waterlilies

 

Waterlilies

 

Waterlilies

La goccia spaventata

La chiamano Pareidolia: nuvole, macchie, oggetti e altro… assumono connotati umani, sembrano volti o animali… in certi casi addirittura esprimono emozioni.

Questa goccia di schiuma mentre mi lavavo le mani, per esempio. Foto di qualità pessima, ma era davvero sorprendente (o sorpresa?) chissà, forse non era spaventata: io invece avevo paura che si sciogliesse sul rubinetto, così l’ho fotografata di corsa.

Scared foam drop

 

Scared foam drop

Onde di nuvole: due giorni di cielo.

Onde di nuvole

Qui sopra lo skyline dalle finestre di casa, sempre magico nonostante l’assenza dell’olmo che per più di 30 anni lo aveva impreziosito al mio sguardo (e anche a quello degli innumerevoli storni che ci si posavano sopra).

Questo post potrebbe avere diversi altri titoli: “l’abitudine”, “il risveglio”, “illuminazione”, “dalla strada di sopra”… tutto per dire che dopo quasi 37 anni che abito qui e dopo 9 di fotografia del cielo al tramonto rigorosamente dalla finestra della cucina, l’altra sera, mentre fotografavo da casa come mia abitudine, mi sono resa conto che quel cielo continuava anche oltre la strada di sopra, cioè ben al di là del mio poggiolo, ma ormai era tardi, il buio incombeva: il giorno dopo ho preso le mie due fotocamere e sono uscita per fotografare quello stesso cielo da un’altra prospettiva. Ho sempre avuto più luce sulla destra dei miei scatti, ora la luce era a sinistra e al centro: lo skyline era cambiato.

Onde di nuvole

 

Onde di nuvole

 

Onde di nuvole

 

Onde di nuvole

 

Onde di nuvole

L’ orizzonte non può diventare abitudine, altrimenti è soltanto un confine e nient’altro.

Il cielo ha molti orizzonti e non sono certo confini: sono porti da cui salpare con i nostri sogni sopra onde di nuvole.

Onde di nuvole