Una foto a parole

Ci sono immagini che non diventano fotografie ma restano sguardi: le conservi all’interno di te, al di qua degli occhi. Vorresti condividerle, ma non sai come: è a questo punto che ti affidi alle parole come se queste fossero una fotocamera.

Lunedì mattina presto il vento era freddo e forte, ma non riusciva a spazzare via tutto il buio: solo un triangolo di cielo, ad est, fra le case lunghe e strette di Sottoripa, cominciava a schiarire. Piazza Caricamento era ancora in penombra, aperta, deserta e grigia. La giostra silenziosa e tutta chiusa con i cavalli prigionieri dei vetri, volavano sacchetti di plastica e colombi.

Una donna sola attraversa la piazza. Corre. Vestita di nero, al collo una sciarpa a differenti zone di rosso da cui sfugge una treccina sottile. Un berretto grigio, gli occhiali da sole anche se il sole deve ancora spuntare, una fotocamera in borsa.

E quella donna sei tu e all’improvviso ti vedi come da un’incredibile distanza, dall’alto. Osservi la tua solitudine e in quel preciso momento non ti senti più sola, circondata come sei dal silenzio e abbracciata dal vento.

Impossibile un selfie da così distante e dall’alto.

Però una vecchia foto può contribuire a dare l’idea, rendere una sensazione, creare un varco nello sguardo di chi legge. E comunque, le parole sono foto nascoste.

 

Munoz "Double Bind & Around" Hangar Bicocca

13 thoughts on “Una foto a parole

  1. Grazie Laura, in effetti lo sguardo viene sempre prima di tutto, prima della fotografia sicuramente o, se la fotografia non è possibile, diventa una specie di camera oscura, sviluppa le immagini…in pensieri 🙂

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  2. Caro Max, in effetti la mia ricerca sta proprio nel rendere complementari parole e immagini. A volte, come in Calligrafie d’anima, addirittura le trasformo una nell’altra. 🙂 O almeno ci provo..

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  3. hai reso alla perfezione questo attimi di pura poesia! Ci sono immagini mentali che spesso sono più belle di mille parole. Ottima descrizione, applausi per te (:-))

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  4. Guido, smetterò di scavare e lavorare solo quando “smetterà” il mio respiro (non mi esprimo in un italiano corretto, lo so, ma è per utilizzare lo stesso verbo che hai usato tu…). Ti ringrazio.

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